LE NUOVE PROSPETTIVE DELLA PROTEZIONE CIVILE A SEGUITO DELLA LEGGE DELEGA

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Clicca sulla foto per vedere il servizio del TGR Veneto dedicato alla Tavola Rotonda, a partire dal minuto 9.33.

 

Venerdì 12 maggio si è tenuta a Padova una Tavola Rotonda sul tema del nuovo sistema della Protezione Civile, così come si sta configurando in seguito all’approvazione della legge delega 30/2016, che ha dato mandato al Governo ad adottare, entro 9 mesi, uno o più decreti legislativi per il riordino del sistema, al fine di renderlo più efficiente ed efficace.
Assieme a relatori esperti abbiamo affrontato un tema molto importante e di grande attualità, se teniamo conto delle calamità che hanno colpito il nostro territorio negli ultimi mesi, provocando ingenti danni e un gran numero di vittime nonché l’attenzione dell’opinione pubblica.

L’Italia è una penisola stretta e lunga, morfologicamente molto giovane e quindi soggetta a fenomeni sismici. La nostra penisola ha una ricchezza inestimabile perché detiene il record europeo di biodiversità: 50% vegetale e 50% animale. Abbiamo un territorio prevalentemente montuoso e gli unici vulcani attivi in Europa, tra cui il gigantesco vulcano sottomarino Marsili.

Tale fragilità è acuita dagli effetti dei cambiamenti climatici, ormai così vicini a noi da poter essere toccati con mano: basti pensare alla grave siccità che ha colpito il nostro Nord-Est o ai fenomeni atmosferici violentissimi dei mesi scorsi, che hanno provocato frane ed alluvioni.

Per gestire questa situazione di rischio, i parlamentari italiani, dopo aver presentato diverse proposte di legge, sulla spinta emotiva frutto delle recenti calamità, sono arrivati ad un testo unificato: una legge delega entrata in vigore il 4 aprile scorso, che impegna il Governo ad adottare, entro 9 mesi, “uno o più decreti legislativi di ricognizione, riordino, coordinamento, modifica e integrazione delle disposizioni legislative vigenti che disciplinano il Servizio nazionale della Protezione Civile e le relative funzioni”.

 

All’importante incontro il TG Regionale ha dedicato un servizio, andato in onda nell’edizione delle 14 del 16 maggio. Clicca qui per guardarlo (dal minuto 9.33).

SOSTENIBILITA’, BELLEZZA E FUTURO. LE TRE PAROLE DELLA CONFERENZA NAZIONALE DELL’ARCHITETTURA

conferenza architettura

Un momento importante di riflessione sul ruolo attuale e futuro di architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori dei beni architettonici e ambientali. Questo è stata la Conferenza Nazionale dell’Architettura, svoltasi oggi a Roma. Mi ha fatto molto piacere portare il mio contributo ad un discorso molto ampio e generale che coinvolge il paesaggio, la professione dell’architetto, la sperimentazione, la ricerca, la formazione, la sostenibilità delle nostre città del futuro.

L’Italia è un paese bellissimo e unico al mondo per il suo patrimonio storico-artistico e naturale (detenendo, tra l’altro, il record europeo di biodiversità). L’eccezionalità del nostro paese è aver compreso prima di altri l’importanza della tutela di tale patrimonio, inserendola tra i principi fondamentali della Costituzione, all’art. 9. Con la tutela del paesaggio i padri costituenti avevano colto che il nostro patrimonio di bellezze naturali e artistiche era di tale rilevanza da doverne dare rango costituzionale al fine di assicurarne la protezione per le future generazioni. Oggi più che mai questa intuizione dimostra tutta la sua attualità.

Lo sviluppo sostenibile è la sfida del secolo: il benessere del futuro dovrà passare inevitabilmente dal ripensamento dell’attuale modello di crescita poiché, banalmente, le risorse naturali non sono infinite. Ciò comporta, tra l’altro, la ridefinizione dei sistemi urbanistici e delle reti per la mobilità nonché un radicale mutamento di paradigma per passare dallo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali -fonti idriche, territorio, idrocarburi, biodiversità- alla cura del Creato, così come indicato anche da Papa Francesco nel suo messaggio evangelico contenuto nell’enciclica Laudato Si’.

A livello comunitario, l’importanza di tutelare il paesaggio è stata riconosciuta già nel 2000 con la “Convenzione europea del paesaggio”, ratificata in Italia nel 2006. In essa si afferma che il paesaggio -se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato- costituisce una risorsa fondamentale all’attività economica e può contribuire alla creazione di posti di lavoro, in un’ottica di sviluppo sostenibile, fondato su un rapporto equilibrato tra i bisogni sociali, l’attività economica e l’ambiente. La qualità della pianificazione, nel rapporto tra i citati equilibri, rappresenta l’elemento fondamentale al fine di mantenere, preservare e progettare il patrimonio culturale e naturale dell’intero territorio europeo.
Nel nostro Paese, prendendo in considerazione il “valore multifunzionale” dei paesaggi, l’azione congiunta di Stato, regioni ed Enti territoriali deve riconoscere il valore intrinseco e l’importanza, anche economica, del complesso mosaico creato dagli ecosistemi, che garantisce il complesso dei servizi ecosistemici essenziali per il nostro benessere. In tal senso, il Ministero dell’Ambiente viene sovente coinvolto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT), dalle Regioni e dalle Province Autonome, nei processi di co-pianificazione integrata paesaggistica e ambientale, sulla base di quanto stabilito dal Codice dei beni culturali e del paesaggio in merito alla preminenza della pianificazione paesaggistica come strumento di tutela e di disciplina del territorio.
Attualmente il MATTM è coinvolto nella redazione di quattro Piani Paesaggistici Regionali (PPR); nello specifico, quello in fase più avanzata, il PPR della Regione Umbria, il PPR della Regione Basilicata, il PPR della Regione Friuli Venezia Giulia, e il PPR della Regione Liguria.

In questo contesto di attenzione e valorizzazione costante del bene “paesaggio”, credo che gli architetti e i professionisti della pianificazione dovranno assumere sempre di più una funzione civile, improntando la loro attività progettuale ai criteri di sostenibilità, rigenerazione e basso impatto ambientale.

Sono d’accordo con il senatore a vita Renzo Piano quando afferma che bisogna ripartire dal “rammendo delle periferie”, per far diventare i sobborghi luoghi di civiltà e non solo posti dove si va a dormire. Rivitalizzare l’intero tessuto urbano significa infatti rivitalizzare i legami sociali oggi sempre più deboli, significa rinsaldare il senso di comunità, contrastando il degrado, l’incuria e la solitudine delle persone. La priorità nella stragrande maggioranza del nostro territorio è quella di rigenerare gli edifici esistenti, secondo criteri di efficienza energetica, evitando ulteriore consumo di suolo e creando luoghi dove vivere e lavorare sia bello e socialmente arricchente.
Tra l’altro, a livello globale, va considerato che le aree urbane sono destinate a crescere sempre di più, soprattutto in Asia e in Africa. Attualmente coprono soltanto il 2% della superficie terrestre ma ospitano già più del 50% della popolazione mondiale e sono responsabili del 75% della CO2 emessa in atmosfera. Alla futura centralità delle città fa riferimento anche l’ONU che con l’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030 auspica che le stesse diventino inclusive, sicure, durature e sostenibili, dotate di spazi verdi e pubblici sicuri e accessibili, in particolare per donne, bambini, anziani e disabili.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati contenuti nell’ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo mostrano come la progressiva espansione delle infrastrutture e delle aree urbanizzate, in particolare di quelle a bassa densità, continui a causare un forte incremento delle superfici artificiali. Il consumo di suolo, sebbene rallenti, ha continuato infatti ad espandersi, anche negli ultimi anni, in presenza di una crisi che non è riuscita a fermare dinamiche insediative, quasi mai giustificate da analoghi aumenti di popolazione e di attività economiche che portano a trasformazioni del territorio non sempre adeguatamente governate da strumenti di pianificazione e da politiche efficaci di gestione del patrimonio naturale. Le conseguenze di questi fenomeni sono la perdita di quelli che vengono definiti servizi ecosistemici e l’aumento di quei “costi nascosti”, come li definisce la Commissione Europea, dovuti alla crescente impermeabilizzazione del suolo.

Per tali ragioni, sarebbe opportuno e urgente imboccare con decisione la via del contenimento del consumo di suolo. Questo -voglio sottolinearlo- non è in contrapposizione con l’auspicata ripresa del settore edilizio e il rilancio dell’economia nazionale. Al contrario, si pone come il motore per l’edilizia di qualità, efficiente nei consumi energetici e nell’uso delle risorse ambientali (incluso il suolo). Un’edilizia in grado di assicurare la necessaria riqualificazione e rigenerazione urbana e il riuso delle aree contaminate o dismesse.
So bene come questa sfida sia stata già largamente accettata dai professionisti del settore della pianificazione la cui sensibilità in tema di progettazione eco-sostenibile e partecipata è senza dubbio in crescita.
Solo a Roma esistono già decine di progetti che, coinvolgendo le comunità e gli abitanti nei processi decisionali relativi alla definizione degli spazi urbani, sono improntate alla sostenibilità: ex-viadotti trasformati in spazi di socializzazione, di sport e cultura; abitazioni realizzate con la paglia e materiali “poveri” naturali; ville sequestrate alle mafie diventati luoghi dedicati all’arte; progetti di co-housing da attivare all’interno di ex-edifici militari. Lo stesso progetto per il futuro Rettorato dell’Università Roma III, firmato da Mario Cucinella, è un modello di architettura sostenibile ad efficienza energetica massima.

Ora è importante che queste prassi, da sperimentazione di pochi, diventino patrimonio comune della maggioranza. Penso anche, ad esempio, all’utilizzo nell’edilizia di materiali di recupero in un’ottica di economia circolare, capace di ridurre al minimo la produzione di rifiuti. Non sono buone intenzioni, ma un processo già in corso, spinto dalla direttiva 98 del 2008 della Commissione Europea, che prevede nel 2020 di riciclare il 70% dei rifiuti da costruzione e demolizione.
Si tratta di un obiettivo molto sfidante, per raggiungere il quale serve una nuova cornice normativa ma anche l’impegno di progettisti e costruttori. Il Collegato ambientale (Legge 221/2015) e il nuovo Codice degli appalti (Decreto Legislativo 50/2016) contengono già delle misure, come i criteri ambientali minimi, in materia di “affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici e per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione”. Gli appalti “green” relativi alla PA sono dunque un passo importante per diffondere una nuova cultura della progettazione e pianificazione sostenibile, che deve estendersi però ad ogni ambito.
Quello che fino a ieri era considerato un settore ad alto impatto ambientale, e consumo di materiali oltre che suolo, oggi può quindi rappresentare un tassello fondamentale nella rivoluzione dell’economia circolare. Un fattore di sviluppo sostenibile e di ripensamento del nostro modo di abitare, lavorare, trascorrere il tempo libero, vivere.

Infine, vorrei citare un’altra grande sfida che ci coinvolge tutti: la cultura della prevenzione in relazione agli eventi sismici ed atmosferici. Il nostro paese infatti è un territorio fragile, soggetto a frane, alluvioni e terremoti, come quelli che lo scorso anno hanno portato tanta distruzione in centro Italia.
In tema di pianificazione urbanistica occorrerà quindi sempre di più tener conto, oltre che della qualità degli insediamenti e dell’abbattimento dell’inquinamento, della gestione attenta dei rifiuti e della capacità di accogliere la migrazione, anche della riduzione dei rischi di disastri ambientali. Tutte le evidenze mostrano infatti che il riscaldamento globale sta producendo una maggiore incertezza meteorologica e un aumento di fenomeni meteorologici estremi. L’imperativo quindi è una progettazione, coordinata ai vari livelli istituzionali, che preveda la messa in sicurezza del territorio, per mitigare i rischi derivanti dal dissesto idrogeologico e dare un futuro sereno a tutti i cittadini.

GIORNATA DELLA TERRA. PRENDIAMOCI CURA DEL PIANETA: E’ LA NOSTRA CASA!

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La Giornata della Terra nacque il 22 aprile del 1970, traendo origine dal movimento ecologista universitario americano preoccupato per lo stato dell’ambiente. Già due anni prima, in Italia, era nato il Club di Roma che conquistò l’attenzione dell’opinione pubblica con il suo Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, il quale prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta.

Siamo oggi, quasi 50 anni più tardi, a celebrare la Giornata della Terra avendo sotto gli occhi un pianeta molto più inquinato e compromesso di allora. Molto tempo quindi è passato e quelle che un tempo erano minoranze giudicate dai più come troppo pessimiste o “visionarie” sono ora diventate maggioranza. La consapevolezza ambientale è in crescita ma ad essa dovrebbe seguire l’impegno concreto da parte di tutti, cittadini e istituzioni, per intraprendere un percorso di cambiamento radicale, per modificare l’attuale modello sviluppo in un senso più orientato alla sostenibilità.

Anche se da questo dipende il futuro della Terra così come la conosciamo, farlo non è facile. Servono leggi, idee, comportamenti individuali attenti e innovazioni tecnologiche. Non a caso oggi, in concomitanza con la Giornata della Terra, si terrà in 500 città del mondo anche una Marcia per la Scienza, per dare sostegno a tutto il settore della ricerca affinché esso abbia stima sociale e risorse economiche adeguate per l’importante compito a cui è chiamato: trovare soluzioni tecnologiche a basso impatto ambientale, sul modello dell’economia circolare, per dare un futuro sereno alla Terra e alle generazioni future

FORUM MONDIALE DEI GIOVANI MAB UNESCO 2017, DELTA DEL PO 18-23 SETTEMBRE

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Dal 18 al 23 settembre prossimi si terrà in Italia, sul Delta del Po, il primo Forum mondiale del giovani MAB Unesco, presentato oggi in conferenza stampa a Rovigo. Si tratta di un evento molto importante, che metterà al centro dell’interesse internazionale il nostro territorio, valorizzandolo sotto il profilo naturalistico, turistico e di capacità di governance.

Il Forum, espressione della proficua collaborazione tra il Segretariato del MAB, l’Ufficio Regionale UNESCO di Venezia per la scienza e la cultura in Europa e la Regione Veneto, con il supporto logistico e organizzativo della Riserva della Biosfera del Delta del Po, ha ottenuto il prezioso sostegno della Fondazione Cariparo e due patrocini importanti: dal Ministero dell’Ambiente e dal Ministero dei Beni culturali.

In preparazione della manifestazione, che porterà nei nostri territori centinaia di giovani dai 18 ai 35 provenienti da 120 paesi, si terrà nei prossimi mesi una serie di eventi, tra i quali:
– un Master Universitario dello IUAV di architettura sostenibile ed autocostruzione, in collaborazione con il Politecnico di Milano;
– una riunione del Consiglio Scientifico della CMS – Convenzione di Bonn – UNEP (Nazioni Unite), la convenzione totalmente dedicata alla specie migratrici di animali selvatici;
iniziative culturali e ambientali nella Riserva Delta del Po legate all’Anno Internazionale del Turismo sostenibile, dal birdwatching al cicloturismo, al turismo fluviale, all’enogastronomia, alla didattica ambientale;
– un incontro tra le Riserve di Biosfera europee

Inoltre, nel mese di maggio, si terrà l’incontro delle Riserve di Biosfera Italiane al fine di elaborare una strategia nazionale tesa a favorire l’innovazione tecnologica e le politiche giovanili nei territori delle Riserve. Mi piace segnalare in particolare questo appuntamento perché la Rete delle Riserve MAB italiane si è molto rafforzata negli ultimi anni: oggi ci sono 14 riserve designate, 1 di prossima designazione (Tepilora, Rio Posada e Montalbo, in Sardegna), 4 in fase di istruttoria.

E’ motivo di grande orgoglio, quindi, che sia proprio l’Italia ad ospitare questo grande evento per la prima volta e crediamo che sarà l’occasione per nuove opportunità di crescita culturale, ambientale ed economica dei nostri territori di riconosciuto pregio internazionale. L’obiettivo è quello di costituire un laboratorio privilegiato per sperimentare tutte le forme di tutela e sviluppo capaci di assicurare la più proficua integrazione tra l’uomo e l’ambiente che vive.

Area Civica si presenta a Padova

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Presentata oggi in conferenza stampa la lista Area Civica per Sergio Giordani Sindaco. Una proposta politica che coinvolge tante persone di buon senso, diverse per cultura ed esperienza politica, riunite attorno a questo progetto civico che mira a dare un contributo importante alla candidatura di Sergio Giordani a sindaco della città di Padova.

Ci unisce il cuore, l’amore per la nostra città che vogliamo contribuire a rendere più bella e ricca, valorizzando i beni comuni che abbiamo, a cominciare dalla bellezza che ci circonda e dalla fiducia in noi stessi.

Di seguito la rassegna stampa relativa all’evento:

Il sito internet della lista area civica

La pagina facebook della lista area civica

G7 AMBIENTE: SVILUPPO SOSTENIBILE POSSIBILE DALL’UNIONE TRA PMI E FINANZA GREEN

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Clicca sulla foto per guardare il servizio andato in onda al TGR Veneto del 5 aprile ore 14 (dal minuto 5:23)

Stamattina, nello splendido Palazzo Labia di Venezia, ho portato il mio saluto ai rappresentanti del G7 ambiente impegnati nel discutere un tema molto importante ed attuale: il ruolo della finanza green per le PMI. Soprattutto in Paesi come il nostro, infatti, in cui il tessuto produttivo è composto da una moltitudine di imprese di dimensioni ridotte, gli strumenti di finanza verde potrebbero rappresentare un solido volano di sviluppo sostenibile.

L’incontro si è svolto nella meravigliosa Venezia, simbolo di bellezza, di storia e della capacità dell’uomo di immaginare una città che è un vero e proprio miracolo. Una città “quasi” impossibile, realizzata attraverso l’impegno e l’ingegno umano in un luogo dove nessuno fino al momento della sua costruzione aveva pensato di poter creare un centro abitato: in mezzo ad una laguna.
Chi conosce un po’ la storia della nostra regione, il Veneto, sa che lo stesso spirito di intraprendenza e voglia di fare infonde le tantissime attività imprenditoriali del territorio. A partire dagli anni ’60 del boom economico, il Veneto è stato la culla di quell’operosità e di quella capacità di innovare che tanto benessere ha dato a tutto il Nord Est italiano. Pur nelle difficoltà derivanti dalla pesante crisi economica appena trascorsa, il Veneto è oggi la patria delle PMI con 150.000 imprese, terza regione italiana per invio di richieste di brevetti all’Ufficio europeo di Monaco di Baviera e nella top five delle regioni per numero di start up innovative, non solo in campo digitale ma anche, ad esempio, in quello industriale e agroalimentare.

Non è un caso, quindi, se proprio Venezia sia stata scelta come sede per questa riunione che affronta il tema del rapporto tra PMI e finanza verde, un “matrimonio” giovane ma che è destinato certamente a dare frutti importanti. Sono proprio le PMI, infatti, che numericamente rappresentano l’assoluta maggioranza del tessuto produttivo italiano (95%), che possono trovare il miglior giovamento dall’utilizzo di prodotti finanziari green modulati secondo le loro esigenze.

L’incontro odierno, inserito nel prestigioso contesto del G7 Ambiente, giunge dopo un percorso virtuoso che ha visto il Ministero dell’Ambiente promotore di due progettualità importanti. Il primo è un progetto pilota del Ministero nato nel 2012 per sperimentare su vasta scala le metodologie di misurazione delle prestazioni ambientali legate alle attività produttive, attuato su base volontaria attraverso specifici accordi. Il progetto del Ministero dell’Ambiente coinvolge oggi più di 200 soggetti tra aziende, università ed enti locali e punta a sostenere e valorizzare l’attuazione di tecnologie a basse emissioni, le migliori pratiche nei processi di produzione e nell’intero ciclo di vita dei prodotti e servizi in coerenza con le indicazioni dei summit di Parigi e Marrakech, che hanno evidenziato la necessità di migliorare le produzioni in termini di impatto sull’ambiente. Gli accordi volontari sottoscritti dal Ministero prevedono l’impegno da parte delle aziende firmatarie, a condurre l’analisi e la contabilizzazione delle emissioni di CO2 equivalenti, prodotte nel ciclo di vita dei prodotti o servizi, al fine di una loro riduzione attraverso misure di efficientamento.
Il secondo progetto, riguarda l’accordo di collaborazione sottoscritto dal Ministero dell’Ambiente e l’UNEP a margine dell’incontro dello scorso 6 febbraio presso la sede della Banca d’Italia per la presentazione del Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile. L’accordo siglato mira a: (a) costruire la resilienza dei paesi ai cambiamenti climatici con approcci ecosistemici; (b) promuovere il trasferimento e l’uso di tecnologie per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica per uno sviluppo a basso contenuto di emissioni; (c) sostenere la pianificazione e l’attuazione di iniziative per ridurre le emissioni dovute alla deforestazione e alla degradazione delle foreste.

La presentazione del Rapporto del Dialogo Nazionale, che ha riunito allo stesso tavolo il ministro dell’economia Padoan, il ministro dell’ambiente Galletti e il governatore della banca d’Italia Visco, è un documento basilare che ha sancito il punto d’inizio formale di una riflessione condivisa da tutte le istituzioni coinvolte sulla necessità strategica di orientare il sistema finanziario italiano verso un modello di sviluppo più sostenibile, che integri al suo interno i fattori ambientali, sociali e di buon governo societario come generatori di valore e di futuro. La finanza e l’economia verde, infatti, potranno contemporaneamente tutelare la qualità del nostro ambiente ma anche contribuire alla ristrutturazione del nostro sistema economico, attivando nuove tecnologie più efficienti dal punto di vista energetico ed ambientale, riducendo nel contempo gli sprechi di energia e materie prime e creando nuovi settori economici, nuove imprese e nuove professionalità, dando sbocchi al talento spesso inutilizzato dei nostri migliori giovani.

L’attenzione politica al tema è molto alta. Il governo vuole assumere il ruolo di motore di questo cambiamento, agendo sulle leve della finanza pubblica. L’obiettivo è quello di orientare i mercati, sapendo tuttavia che i veri risultati arriveranno solo con l’apporto dei capitali richiesti dal settore privato.
Per vincere questa sfida occorre l’impegno di tutti, c’è bisogno di dar vita ad un dialogo costruttivo tra istituzioni, operatori finanziari ed imprese. Se vero infatti che le PMI sono le imprese più reattive è anche vero che esse sono le più difficili da raggiungere, perché spesso al loro interno manca una cultura finanziaria di alto livello e l’abitudine ad usare tutti gli strumenti di finanziamento a disposizione sul mercato.

Per imprimere questo cambiamento occorre cominciare ad adottare una visione sistemica, imparando a percepire e considerare gli effetti di un’operazione anche a medio-lungo termine. Un limite della finanza tradizionale di oggi è infatti quello di ragionare troppo sul breve termine, come avviene ad esempio nelle transazioni ad alta frequenza (high frequency trading), in cui l’orizzonte temporale dell’investimento è di pochi millesimi di secondo.
Non attribuire il costo delle esternalità ambientali, però, può rovesciare il profilo di rischio/rendimento di un’operazione in termini di valore e sostenibilità, consegnando ai nostri figli un mondo impazzito e compromesso sotto il profilo ambientale. La finanza green, in questo senso, può rappresentare un’opportunità importante da cogliere subito per passare dai problemi alle soluzioni.

KEEP CLEAN AND RUN 2017. DAL VESUVIO PARTE LA CORSA PIU’ VERDE DEL MONDO

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“Pulisci e Corri” arriva felicemente alla terza edizione. È un bellissimo traguardo per tutti noi, appassionati di sport e di ambiente. È anche la conferma di come l’intuizione di Roberto Cavallo e “soci” sia stata lungimirante, capace di cogliere e di anticipare lo spirito dei tempi, caratterizzato da una visione green in tutti gli aspetti della vita, dalla politica all’economia, dallo sport all’educazione.

Quest’anno la corsa approda nel Sud Italia, con partenza dal Vesuvio ed arrivo sull’Etna, passando per Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. La manifestazione attraverserà un territorio bellissimo, culla di civiltà intramontabili, un pezzo d’Italia in cui convivono eccellenze e criticità, esempi di buon governo e criminalità.
Sul fronte della gestione dei rifiuti, l’Italia registra un costante aumento nel riciclaggio e compostaggio e una diminuzione del conferimento in discarica di rifiuti urbani. Ma il dato varia considerevolmente nelle diverse regioni, con risultati in media più positivi al nord rispetto al sud. Così la sfida che abbiamo di fronte è quella di aumentare i tassi di riciclaggio nelle regioni meno virtuose, le cui inefficienze continuano a causare infrazioni e pesanti multe a livello europeo.

Credo sia importante riconoscere questa spiacevole realtà, sapendo però che essa è assolutamente superabile con lo sforzo di tutti: delle amministrazioni pubbliche che hanno la responsabilità della governance dei rifiuti, e dei cittadini, che devono diventare più consapevoli adottando comportamenti virtuosi e stili di vita eco-sostenibili.

Il Ministero è lieto, quindi, di continuare a sostenere questa manifestazione -frutto di impegno, passione e creatività- che sensibilizza contro l’abbandono dei rifiuti, promuovendo una doverosa sensibilità ecologica. Un modello vincente e divertente di fare educazione ambientale, il cui mix di sport, coscienza ambientale e paesaggi mozzafiato attira migliaia di appassionati, coinvolgendo a tutti i livelli le comunità locali che attraversa, dalle scuole ai sindaci, dagli imprenditori alle famiglie.

La forza di Keep Clean and Run è quella di unire due concetti che ci stanno molto a cuore: una vita sana che preveda la pratica sportiva unita ad atteggiamenti responsabili e sostenibili. Questo dobbiamo insegnare ai nostri figli, dando per primi noi il buon esempio.
Spero, quindi, che anche se gli organizzatori hanno dichiarato che quella di quest’anno sarà probabilmente l’ultima edizione della Keep Clean and Run cambino idea sulle ali dell’entusiasmo, dandomi e dandoci la possibilità di partecipare anche ad una quarta, una quinta, una sesta edizione…di quella che rimane un’ottima occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica e mantenersi in forma facendo una cosa giusta.

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LA LEGGE 132/2016 E IL SISTEMA NAZIONALE DI PROTEZIONE AMBIENTALE.

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L’Assoarpa Winter School, in programma in questi giorni nel meraviglioso scenario di Arabba, sulle dolomiti bellunesi, vuole essere un laboratorio di progettazione strategica e organizzativa per la dirigenza del SNPA – Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambientale.

Considerato il tema, la cornice e il pubblico qualificato ho accetto ben volentieri di intervenire affrontando il tema della legge 132 del 2016, entrata in vigore lo scorso 14 gennaio, che ha istituito il SNPA e che, per renderlo pienamente operativo, necessita di provvedimenti attuativi in corso di definizione.

Quella di Arubba, insomma, è stata un’occasione importante per fare il punto sulla situazione, per dare impulso ed accelerazione ad un percorso che ha bisogno di speditezza e condivisione.

 

Con la stessa determinazione con cui abbiamo portato a casa il risultato dell’approvazione di una legge che come Governo abbiamo fortemente voluto ma che non tutti a livello istituzionale hanno sostenuto, dobbiamo dare inizio ad una fase 2.

Siamo fortunati: avremo a breve un nuovo presidente di Ispra, una persona che conosce bene la legge e le difficoltà che ha incontrato la sua approvazione.

Ispra, con la nuova legge, è chiamata ad assumere un importante ruolo di coordinamento e dovrà potenziare le sue funzioni ispettive di controllo e monitoraggio, anche a costo di sacrificare un po’ il suo grande impegno sul fronte della ricerca, per diventare in prospettiva il braccio operativo del Ministero. Ciò anche in considerazione del fatto che il governo ha recentemente approvato la legge sugli eco-reati e il Collegato ambientale. Perché l’inserimento nel codice penale dei delitti contro l’ambiente richiede l’attivazione di maggiori controlli, più coordinati, puntuali ed efficaci per perseguire in pieno l’obiettivo della legge e rendere l’Italia un paese più pulito, trasparente ed efficiente.

Per dare una svolta a questa fase 2 di attuazione della legge, occorre metterci subito al lavoro senza aspettarci che i funzionari del Ministero, abituati allo status quo, si mettano in moto per dare l’accelerazione necessaria.

Dobbiamo conquistarci tutto. Sui decreti attuativi, ad esempio, stiamo andando a rilento anche se il Ministero è impegnato nei provvedimenti di sua competenza in una fase di analisi e definizione.

Sul fronte degli enti locali, bisogna coinvolgere attivamente le Regioni e le Arpa regionali e provinciali al fine di armonizzare le varie legislazioni esistenti, che differiscono anche in maniera consistente. Per cui può capitare il paradosso che un imprenditore che opera in diverse regioni si trovi a dover affrontare situazioni di vincoli, verifiche e controlli ambientali anche molto diversi tra loro.

Una buona notizia c’è: assieme alla presidenza della Conferenza delle Regioni si sta attivando un tavolo trilaterale Stato-Regioni-SNPA al fine di individuare ed adottare collegialmente le migliori soluzioni possibili sulle modalità di recepimento della legge 132 da parte delle Regioni e delle Province autonome. L’obiettivo, come detto, è quello di superare la grande frammentarietà che indebolisce di fatto la protezione dell’ambiente e la tutela dei cittadini.

Lo stesso tavolo sarà impegnato inoltre sul fronte del nodo dell’individuazione delle risorse finanziarie per i LEPTA, considerato che la legge prevede una clausula di invarianza finanziaria (art. 17). Bisogna fare per i LEPTA quello che è stato fatto con i LEA, sapendo che da parte del Ministero, per questo come per gli altri aspetti della legge, non c’è una volontà di centralizzazione quanto piuttosto di armonizzazione.
L’obiettivo è quello di dare indipendenza ed autorevolezza ai singoli istituti così come all’intero Sistema a rete.

Una rete che, grazie alle competenze e alle professionalità acquisite nelle varie Arpa, potrà svolgere un ruolo importante anche rispetto ad un tema a me molto caro: l’educazione ambientale.
Il SNPA potrebbe infatti ridare slancio al progetto ministeriale (già previsto quasi 30 anni fa) del Sistema INFEA (INformazione Educazione Ambientale): una rete di sistemi a scala regionale che si occupano di educazione ambientale. Una possibile integrazione tra il Sistema INFEA e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente potrebbe dare forza ed omogeneità ai programmi regionali di educazione ambientale, che anche in questo caso differiscono (quando ci sono) per qualità da regione a regione. L’esempio virtuoso del Programma per l’educazione alla sostenibilità approvato dalla regione Emilia-Romagna recentemente, potrebbe essere così preso a modello ed adottato, dopo le opportune modifiche, anche dalle altre regioni. Su questo fronte potrebbe essere avviato un ragionamento per inserire degli interventi di carattere legislativo nei decreti attuativi della Legge istitutiva del SNPA che diano forma a questa idea.

Per vincere questa sfida, dunque, e dotare l’Italia di un sistema di monitoraggio e controllo che sia efficiente, efficace e territorialmente omogeneo, occorre coordinarci ai vari livelli istituzionali, dando una decisa accelerazione all’attuazione di questa importante legge, che non deve considerarsi un punto di arrivo, ma rappresentare invece un tassello fondamentale della governance ambientale del Paese a cui Parlamento e Governo stanno lavorando.

ACQUA, UN BENE DA TUTELARE DI PIU’

acqua

Ogni volta che apriamo i rubinetti di casa dovremmo sempre tenere a mente che nel mondo quasi 1 miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua potabile sicura ed agire di conseguenza, evitando sprechi e dando il giusto valore a questa preziosa risorsa che va tutelata come un bene comune, nella Giornata mondiale dell’Acqua così come nel resto dell’anno.

Lo stesso fenomeno delle migrazioni ha, per buona parte, cause ambientali. Basti pensare che 319 milioni di abitanti dell’Africa Sub-Sahariana (il 32% della popolazione) soffrono la mancanza di acqua sicura. Di questi, quanti sono quelli che partono, spinti dalla disperazione, per soddisfare il bisogno primario di accesso all’acqua?
Perché bere acqua non pulita significa spesso ammalarsi o, peggio, morire, visto che nel mondo 3,5 milioni di decessi sono imputabili a malattie legate all’acqua.

Se c’è chi fa i conti con una grande scarsità di acqua, c’è chi -come avviene in Italia- quell’acqua non la tiene nella dovuta considerazione: una recente indagine ISPRA ha mostrato infatti che nei 116 capoluoghi di provincia italiani si ha una perdita media del 35,4% dell’acqua che viene immessa in rete, con molte zone che superano il 60%. Ciò significa che più della metà dell’acqua che viene immessa negli acquedotti non raggiunge la sua destinazione finale: i rubinetti delle nostre case.
Il primato delle perdite spetta alle città di Cosenza, dove si arriva al 76,9%, Frosinone col 71,9%, Tempio Pausania col 68,6%, mentre le perdite minori si segnalano a Macerata col 6,6%, Udine con l’8,8% e Mantova al 9,6%.
I capoluoghi veneti si situano generalmente in linea con la media nazionale, con una dispersione che va dal 41,1% di Treviso al 18,3% di Vicenza (Verona 35,8%, Belluno 38,4%, Venezia 31,7%, Padova 31,5%, Rovigo 41%).

Su questo fronte è chiaro che bisognerebbe avere il coraggio di investire di più, finanziando le opere pubbliche “invisibili” come gli acquedotti: sono meno appariscenti delle strade e delle piazze ma forse, oggi, più utili.

C’è bisogno di maggiore consapevolezza, a tutti i livelli. Chi di noi quando indossa una t-shirt riflette sul fatto che sta indossando anche 2700 litri di acqua, necessari a produrla e trasportarla? Quando beviamo un bicchiere di vino, beviamo anche 120 litri di acqua. Quando mangiamo un hamburger, insieme alla carne consumiamo anche 2400 litri di acqua. Di ogni bene o servizio, insomma, è possibile calcolare l’impronta idrica (acqua virtuale), ovvero la quantità di acqua necessaria per la raccolta delle materie prime, la conservazione, gli imballaggi e il trasporto. Questo indicatore è stato ideato già nel 1993 da Tony Allan, professore del King’s College di Londra, per attirare l’attenzione della comunità globale -dagli esperti ai consumatori- sui volumi d’acqua “nascosti” dietro qualsiasi prodotto.

Per rafforzare la consapevolezza dei cittadini su questi temi è molto importante portarli al centro dell’agenda politica, facendoli oggetto di una corretta informazione e comunicazione. In quest’ottica, appare importante l’annuncio dato ieri dal Ministro dell’ambiente Galletti di voler dar vita al progetto Aquamadre, nuovo brand nel quale canalizzare le iniziative del ministero volte a diffondere una nuova cultura dell’acqua, per lavorare sulla cultura e l’informazione, lo scambio di modelli e progetti innovativi col resto del Mondo.
Un esempio importante di applicazione di tale brand sarà la Conferenza sui fiumi del mondo, che il Ministero organizzerà entro fine anno, per unire nella tutela, nella valorizzazione e nello scambio di esperienze i corsi d’acqua più importanti del pianeta. L’idea è che il fiume possa essere assunto a simbolo di sorgente di vita e di identità culturale, ma anche veicolo di pace, dialogo e sviluppo delle comunità.

 

Ascolta l’intervento in diretta a Radio Bella e Monella del 22 marzo

Clicca per ascoltare il file mp3

LA GUIDA PER SALVARE IL MONDO DEDICATA ALLE PERSONE PIGRE

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Pigri di tutto il mondo unitevi…per salvare la Terra!

Sembra essere questo il messaggio (indiretto) del nuovo documento pubblicato sulla pagina dedicata allo sviluppo sostenibile del sito delle Nazioni Unite: “The lazy person’s guide to saving the world”.

Una conferma autorevole del fatto che per parlare di argomenti seri e importanti non si deve essere per forza noiosi e seriosi.

Ecco, dunque, una mini-guida rivolta a tutti noi che offre consigli pratici, semplici e di facile esecuzioni divisi in 3 grandi aree: 1) quello che puoi fare dal tuo divano; 2) quello che puoi fare a casa; 3) quello che puoi fare fuori casa. Sottinteso: per salvare l’ambiente e, più in generale, il pianeta.

Buona lettura!