NELLA GIORNATA PER LA CUSTODIA DEL CREATO, PAPA FRANCESCO LANCIA UN GRIDO DI ALLARME AI POTENTI

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Il grido di allarme lanciato oggi da Papa Francesco e dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo in occasione della Giornata per la custodia del Creato non cada nel vuoto inascoltato.

Le loro parole accorate sono di quelle che lasciano il segno: la Terra -dicono- è stata maltratta dall’insaziabile desiderio umano di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta e trarre profitti illimitati dal mercato. Ciò ha portato a spezzare i delicati ed equilibrati ecosistemi del mondo determinando conseguenze drammatiche soprattutto per le persone più vulnerabili.

Per cambiare la nostra relazione con il mondo e con il prossimo c’è bisogno, quindi, di un esame di coscienza e di un’assunzione di responsabilità. Da parte di tutti ma soprattutto di chi -come affermano le due guide spirituali- occupa una posizione di rilievo in ambito sociale, economico, politico e culturale.

Indubbiamente, queste parole, rendendo ancora più manifesta la gravità della situazione ambientale globale, colpiscono in maniera forte le nostre coscienze e ci devono indurre a prestare il massimo ascolto alla voce di chi soffre a causa degli sconvolgimenti ambientali. La siccità che ha colpito l’Italia durante questa estate così come gli uragani e le alluvioni che si sono abbattuti in tante parti del mondo sono segni evidenti che è giunto il momento di prendere coscienza del rischio dei nostri irrazionali comportamenti, accelerando sulla via del contrasto al cambiamento climatico per abbracciare uno sviluppo quanto più possibile eco-compatibile.

Dal messaggio di Papa Francesco e del Patriarca Ecumenico Bartolomeo si evince che è il pianeta stesso a gridare. Non ascoltarlo significa rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di tutte le creature viventi.

TRA ARTE, NATURA E BELLEZZA. L’INAUGURAZIONE DEL FESTIVAL CINEMATOGRAFICO DEL GRAN PARADISO

per sito

Il Festival Cinematografico del Gran Paradiso, dedicato al cinema naturalistico, è una bellissima manifestazione, che unisce la forza del cinema e delle immagini con le meraviglie della natura e la scoperta della sua magia.

Ho uno splendido ricordo della mia partecipazione alla scorsa edizione e quest’anno ho deciso di tornare qui, nel bellissimo Parco del Gran Paradiso perché l’edizione di quest’anno del Festival è dedicata ad un tema a me particolarmente caro: la scelta.
Esso riguarda, secondo me, il modo in cui noi, uomini del nostro tempo, ci confrontiamo con la nostra vita, con gli altri esseri viventi e con la Terra, verso cui dovremmo avere certamente maggior cura e rispetto.

D’altro canto, è lo stesso Papa Francesco, nella sua enciclica “Laudato si’”, a ricordarci che l’umanità ha “saccheggiato” troppo a lungo il pianeta ed ora c’è bisogno di una “conversione ecologica”, per ritrovare il giusto rapporto di integrità e fratellanza con la natura.

Occupandomi di ambiente tutti i giorni non posso che condividere l’idea che ogni minimo comportamento individuale contribuisca a co-determinare l’esito generale e che quindi la singola scelta individuale -ad esempio su cosa mangiare, come muoversi, cosa fare dei propri rifiuti, etc- possa essere importante in termini di equilibrio Uomo-Natura.
E’ per questa ragione che ho accettato con piacere l’invito al GPFF, convinta che sia molto intelligente utilizzare uno strumento di comunicazione potente e affascinante come il cinema per ragionare insieme sull’importanza di preservare le meraviglie del Creato, sensibilizzando il pubblico al rispetto dell’ambiente.

Credo infatti che la bellezza e la potenza delle immagini dei film in concorso, assieme al potere attrattivo di un evento mediaticamente così coinvolgente come un Festival, potranno fare molto per attirare l’attenzione sull’ambiente e sull’urgenza di orientare i nostri stili di vita in un senso più sostenibile.

 

LA RIFORMA DELLA LEGGE SUI PARCHI

Trovandomi in questa cornice ideale del Parco Nazionale del Gran Paradiso, vorrei dedicare alcune brevi riflessioni al tema del DDL Parchi, attualmente all’esame del Parlamento.

Noi italiani siamo fortunati: viviamo in un Paese meraviglioso, dal punto di vista storico-culturale e naturalistico. La sfida che abbiamo di fronte è quella di riuscire a valorizzare tutta questa ricchezza, questo patrimonio straordinario che molti paesi europei ci invidiano e che abbiamo l’obbligo di preservare per le generazioni future. L’insieme delle 871 delle aree protette raggiunge una superficie pari al 10,5% del territorio nazionale, per un totale di oltre 3milioni di ettari a terra, 2.850.000 ettari a mare e 658 chilometri di coste. A queste aree vanno aggiunti anche gli oltre 2500 siti della rete “Natura 2000”, che coprono complessivamente circa il 19% del territorio terrestre nazionale e quasi il 4% di quello marino .

Si tratta di un tesoro che si è andato accumulando nel tempo, a partire dagli anni ’20 del ‘900, fondato su presupposti diversi da quelli odierni. Qui ne abbiamo una testimonianza esemplare, con il Parco del Gran Paradiso istituito nel 1922 con un regio decreto con finalità fortemente protezionistiche senza il consenso delle popolazioni. Il risultato è che per tanti decenni il Parco è stato visto dagli abitanti come un vincolo imposto, un limite alle loro attività agricole e zootecniche. A partire dal 1980, però, con l’apertura del primo centro visita a Noasca, è iniziata un’inversione di tendenza dell’atteggiamento dei residenti che sempre più si sono resi conto dell’importanza del capitale naturale del Parco, generatore di ricchezza attraverso il turismo ed altre attività del terziario.

L’idea di un parco come territorio da recintare e isolare per preservarlo “indisturbato” è stata quindi superata e oggi bisogna considerare che nel territorio protetto convivono interessi nazionali e locali, ambientali, naturalistici e paesaggistici, scientifici, produttivi, pubblici e privati, in una gerarchia che vede comunque al primo posto l’interesse ambientale.

I Parchi sono stati quindi, negli ultimi anni, al centro di una grande riflessione comune, che ha prodotto una legge di riforma attualmente in Parlamento, all’esame del Senato, dopo aver avuto già l’approvazione da parte della Camera.
Grazie a questo disegno di legge (“Modifiche alla legge 6 dicembre 1991, n. 394, e ulteriori disposizioni in materia di aree protette”), i Parchi nazionali, quelli regionali e le aree marine protette potranno fare un decisivo salto di qualità, in termini di valorizzazione, gestione della governance, risorse a disposizione, etc.

L’obiettivo della riforma è rendere infatti le aree protette un modello di sviluppo per l’intero Paese, coniugando la tutela e la valorizzazione del territorio e della biodiversità con la buona economia, sostenibile e a misura d’uomo.

Tra le innovazioni più qualificanti del testo attualmente in esame ci sono :
– la reintroduzione del piano triennale di programmazione finanziato con 30 milioni di euro per i prossimi tre anni;
– il divieto di nuove trivellazioni petrolifere nei parchi;
– l’inasprimento delle sanzioni per illeciti compiuti nei parchi;
– misure volte ad una maggiore tutela della biodiversità e della gestione della fauna;
– l’efficientamento del sistema di governance, relativamente alla nomina di presidenti e direttori generali e all’ingresso nei consigli direttivi degli enti parco nazionali di una quota di rappresentanza delle associazioni scientifiche, degli agricoltori o dei pescatori, per orientare le attività economiche locali verso la sostenibilità;
– la rappresentanza di genere negli organi di governo: una misura importante per riequilibrare la presenza femminile, considerando che oggi nei 23 Parchi nazionali solo un presidente e due direttori sono donne, mentre su 230 membri dei consigli direttivi solo 14 sono donne, appena il 6%;
– l’ottimizzazione di un sistema di royalties che mira a trarre valore economico dall’utilizzo privato delle risorse a beneficio della collettività (royalties su attività di imbottigliamento delle acque minerali ed estrazione di idrocarburi).

Le aree protette possono diventare inoltre luoghi di sperimentazione di innovative attività economiche ecocompatibili. Penso, ad esempio, alle sinergie che possono attivarsi tra progetti di agroeconomia e bioedilizia, in un’ottica di economia circolare. L’idea è quella di riutilizzare gli scarti delle coltivazioni sostenibili come materiali da costruzione organici. Penso, inoltre, alle attività socio-educative rivolte ai più giovani, all’artigianato rurale di qualità, alla valorizzazione delle tipicità enogastronomiche locali o al turismo natura.

Quest’ultimo in particolare può divenire un fattore importante di benessere, capace di coniugare tutela del territorio e sviluppo. Il turismo natura (escursionismo, trekking, cicloturismo), caratterizzato da un  turista che è un consumatore di aree verdi e la cui motivazione principale alla vacanza è costituita dal godimento della natura e delle culture tradizionali, registra una crescita significativa in tutto il mondo, e non a caso il 2017 è stato dichiarato dall’ONU Anno Internazionale del Turismo Sostenibile.

In Italia, le strutture ricettive ufficiali dei parchi nazionali e regionali, distribuite in più di 500 comuni, hanno registrato -secondo i dati più recenti a disposizione (2015)- più di 104 milioni di presenze, tra italiani e stranieri (dati ISTAT pubblicati nel 13° Rapporto Turismo Natura ). Per fare un esempio vicino a noi, basti dire che, secondo l’Atlante socio-economico delle aree protette italiane a cura del Ministero dell’Ambiente e Unioncamere, il Parco del Gran Paradiso accoglie ogni anno più di 300.000 turisti, avendo una popolazione residente inferiore alle 7.000 unità .

Incentivare il turismo ambientale significa allora creare valore e al contempo abituare le giovani generazioni all’amore per la natura, radicando sempre più nella mentalità, nell’atteggiamento e nell’agire degli operatori e dei fruitori il rispetto della natura quale condizione necessaria per assicurare nel tempo la redditività delle attività turistiche e la continuità del turismo stesso.

Sono convinta dunque che dal dialogo costruttivo tra istituzioni e comunità locali, associazioni, tecnici e amministratori dei parchi, possa davvero nascere un rilancio di tutte le aree protette, patrimonio imprescindibile di natura, bellezza e vita, di cui tutti dobbiamo sentirci orgogliosi e della cui tutela tutti dobbiamo sentirci responsabili, nell’interesse nostro e dei cittadini di domani.

UNITI PER L’AMBIENTE: IL MESSAGGIO DEL G7 AMBIENTE DI BOLOGNA

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Cala il sipario sul G7 Ambiente di Bologna. L’Italia ha dimostrato di essere all’altezza delle aspettative, organizzando un evento senza intoppi, permettendo ad associazioni e manifestanti di esprimere pacificamente il proprio pensiero, e cercando di agire diplomaticamente per la ricomposizione dei diversi punti di vista, al fine soprattutto di ricucire lo strappo dell’amministrazione statunitense rispetto agli accordi di Parigi sul clima.

 

Anche se gli USA hanno poi di fatto mantenuto la loro posizione, la notizia positiva è che comunque si sono detti pronti ad impegnarsi nella riduzione delle emissioni, da raggiungere con incisive misure di carattere nazionale e sviluppando accordi bilaterali con partner internazionali (“non siamo in dissenso sugli obiettivi, siamo in dissenso sul modo di raggiungere gli obiettivi”).

 

Clima a parte, la convergenza di vedute è stata ampia, con un tavolo di lavoro comune in cui Italia e USA hanno discusso di azioni da mettere in campo contro lo spreco alimentare, un fenomeno molto diffuso e preoccupante, che coinvolge l’intero pianeta e che da anni è al centro di mirate politiche da parte del governo italiano.

 

L’ultima nota positiva è infine il fatto che le emissioni prodotte dal G7 Ambiente saranno compensate attraverso uno degli strumenti previsti dal protocollo di Kyoto, sostenendo progetti di crescita economica ‘climate friendly’ in paesi in via di sviluppo. In questo modo le 250 tonnellate di CO2 prodotte dalla manifestazione saranno azzerate da installazioni di solare fotovoltaico in Bangladesh, programmi di sviluppo di energia rinnovabile in Pakistan e di distribuzione di lampade illuminazione a basso consumo in Ruanda.

INCONTRO CON I LIONS – CONFERENZA DELLA TERRA

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Un incontro molto bello con i Lions padovani, tra buon cibo e riflessioni importanti.

Io ho scelto di parlare di una tema a me molto caro, che ci coinvolge tutti: lo spreco alimentare.

La materia ambientale è molto vasta e comprende la tutela dell’ambiente, i rifiuti, i cambiamenti climatici, l’efficienza energetica, l’economia sostenibile, etc. Si tratta di temi tutti correlati ed egualmente importanti per capire il mondo contemporaneo ed immaginare soluzioni sistemiche ai problemi che abbiamo di fronte.

 

Oltre a questi argomenti, da pochi anni, grazie anche ad Expo 2015 di Milano (“Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”), è stato introdotto nel discorso pubblico il tema del cibo, in particolare della sua distribuzione iniqua e del suo spreco.

Noi parliamo tanto di fame nel mondo e sappiamo che ben 795 milioni di persone soffrono la fame, ma non ci rendiamo neanche conto di quanto cibo sprechiamo, anche nelle nostre case. Lo sapete, ad esempio, che tutto il cibo sprecato in Italia ogni anno vale 16 miliardi di euro (quasi l’1% del PIL), considerando l’intera filiera (produzione-distribuzione-mancato consumo)? (dati dell’Osservatorio Waste Watcher, rilevazione basata per la prima volta su test reali e non solo percettivi).

 

Tutto questo spreco ci costa due volte: è come se lo pagassimo doppio! Una prima volta con la produzione e l’utilizzo di risorse preziose (terra, acqua, tempo, etc.) e l’altra con le spese di smaltimento. Perché quando il cibo non viene consumato si trasforma inevitabilmente in un rifiuto da dover gestire. E quindi in un costo.

E’ importante, allora, dedicare attenzione a questi temi perché ognuno di noi può fare qualcosa per migliorare la situazione. Con i suoi comportamenti virtuosi e la sua attenzione ad evitare gli sprechi, all’interno della propria casa.
Un paio di esempi? Fare sempre la lista della spesa per comprare soltanto le cose necessarie e gestire meglio il proprio frigorifero.

 

Oltre all’impegno privato, naturalmente, c’è quello pubblico. Il Ministero dell’Ambiente ha messo in campo diverse iniziative di sensibilizzazione e contrasto allo spreco, tra cui il progetto pilota del Family Bag, partito proprio da Padova, nel dicembre 2015, che ha coinvolto un centinaio di ristoratori a cui sono stati donati per il trasporto del cibo avanzato degli eleganti contenitori di materiali diversi – acciaio, alluminio, cartone, legno e plastica- frutto della collaborazione attivata con i Consorzi di recupero dei rifiuti. Si tratta di un modo originale di andare oltre il concetto un po’ “triste” del doggy bag, il sacchetto per il cane, evitando che tutto il cibo che viene avanzato negli esercizi pubblici diventi un rifiuto.
Dall’analisi dei dati, è emerso che la risposta data da ristoratori e clienti è stata molto buona ed in seguito il Family Bag è stato “istituzionalizzato” divenendo parte di una legge nazionale entrata in vigore lo scorso settembre (la n. 166/2016).

 

Dai ristoranti, passiamo alle abitazioni private, dove sappiamo che si concentra la maggior parte dello spreco alimentare (più della metà del totale). In che modo le famiglie italiane sprecano il cibo, quali comportamenti mettono in atto? Il Ministero dell’Ambiente per capire queste difficili dinamiche ha avviato il Progetto Reduce che sta avendo un’ importanza strategica poiché monitora attraverso dei diari i comportamenti di 400 famiglie campione. Sappiamo che lo spreco alimentare si consuma soprattutto tra le mura domestiche ma fino ad oggi nessuno è riuscito a determinarne l’entità e le dinamiche.
A metà febbraio in tre regioni italiane (Lazio, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna) è partita l’analisi dello spreco alimentare nel servizio di ristorazione scolastica in 85 scuole. La rilevazione avverrà secondo una metodologia che è stata messa a punto l’anno scorso sempre in seno al progetto Reduce e che prevede un diretto coinvolgimento degli studenti (ogni giorno a turno verranno coinvolte tutte le classi della scuola) in quanto in questo tipo di attività (il monitoraggio) è vista come un primo strumento di sensibilizzazione ed educazione degli studenti.

Dai primi rilevamenti effettuati su scuole campione (con il fine di testare la metodologia) è emerso che ogni giorno (a seconda del menù) viene sprecato cibo compreso tra il 20 e il 60% di quello che viene preparato (da 1/5 a quasi 2/3. Cioè 1 piatto di pasta su 5 o addirittura 2 piatti di pasta su 3 vanno a finire nel bidone della spazzatura dopo essere passati nel vassoio del bambino). Le principali ragioni che sono state addotte da bambini è la mancanza di fame (causa merende troppo abbondanti) oppure non gradimento dei piatti proposti (ad es. riso con la zucca, piselli, sformato di cavolfiore) aspetti che mettono in evidenza quanto elevata sia la “male-educazione” dei bambini ed indirettamente delle famiglie.

 

In materia ambientale più che in altre è importante la comunicazione. Se i concetti vengono veicolati correttamente i risultati si vedono. In questa direzione vanno le nostre iniziative e nell’ambito dello spreco abbiamo portato sostenuto un Premio che anche grazie ai suoi testimonial sta avendo larga eco nella stampa. E’ il Premio “Vivere a spreco zero”, un piccolo “Oscar della sostenibilità” assegnato a testimonial e ai migliori esempi di buone pratiche nel mondo della pubblica amministrazione, della scuola e dell’impresa. Proprio a Padova, lo scorso 28 novembre, sono stati premiati con questo riconoscimento lo scrittore e giornalista Paolo Rumiz, lo chef stellato Moreno Cedroni, il Comune di Parma, la Regione Piemonte e l’azienda Unitec. L’anno prima avevamo premiato sempre a Padova Susanna Tamaro.

 

Infine, ma forse è l’elemento più importante, l’educazione all’alimentazione è stata inserita nelle nuove linee guida sull’educazione ambientale del Ministero, con la convinzione che la sensibilizzazione dei più giovani è un passo indispensabile nel percorso verso un futuro orientato ad una maggiore sostenibilità e benessere.
Rafforzare la consapevolezza di questi problemi è fondamentale, così come sapere che ognuno di noi può fare qualcosa per migliorare l’ambiente, adottando uno stile di vita più ecocompatibile e gestendo meglio il suo vivere quotidiano. A cominciare dal frigo di casa.

LE NUOVE PROSPETTIVE DELLA PROTEZIONE CIVILE A SEGUITO DELLA LEGGE DELEGA

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Clicca sulla foto per vedere il servizio del TGR Veneto dedicato alla Tavola Rotonda, a partire dal minuto 9.33.

 

Venerdì 12 maggio si è tenuta a Padova una Tavola Rotonda sul tema del nuovo sistema della Protezione Civile, così come si sta configurando in seguito all’approvazione della legge delega 30/2016, che ha dato mandato al Governo ad adottare, entro 9 mesi, uno o più decreti legislativi per il riordino del sistema, al fine di renderlo più efficiente ed efficace.
Assieme a relatori esperti abbiamo affrontato un tema molto importante e di grande attualità, se teniamo conto delle calamità che hanno colpito il nostro territorio negli ultimi mesi, provocando ingenti danni e un gran numero di vittime nonché l’attenzione dell’opinione pubblica.

L’Italia è una penisola stretta e lunga, morfologicamente molto giovane e quindi soggetta a fenomeni sismici. La nostra penisola ha una ricchezza inestimabile perché detiene il record europeo di biodiversità: 50% vegetale e 50% animale. Abbiamo un territorio prevalentemente montuoso e gli unici vulcani attivi in Europa, tra cui il gigantesco vulcano sottomarino Marsili.

Tale fragilità è acuita dagli effetti dei cambiamenti climatici, ormai così vicini a noi da poter essere toccati con mano: basti pensare alla grave siccità che ha colpito il nostro Nord-Est o ai fenomeni atmosferici violentissimi dei mesi scorsi, che hanno provocato frane ed alluvioni.

Per gestire questa situazione di rischio, i parlamentari italiani, dopo aver presentato diverse proposte di legge, sulla spinta emotiva frutto delle recenti calamità, sono arrivati ad un testo unificato: una legge delega entrata in vigore il 4 aprile scorso, che impegna il Governo ad adottare, entro 9 mesi, “uno o più decreti legislativi di ricognizione, riordino, coordinamento, modifica e integrazione delle disposizioni legislative vigenti che disciplinano il Servizio nazionale della Protezione Civile e le relative funzioni”.

 

All’importante incontro il TG Regionale ha dedicato un servizio, andato in onda nell’edizione delle 14 del 16 maggio. Clicca qui per guardarlo (dal minuto 9.33).

SOSTENIBILITA’, BELLEZZA E FUTURO. LE TRE PAROLE DELLA CONFERENZA NAZIONALE DELL’ARCHITETTURA

conferenza architettura

Un momento importante di riflessione sul ruolo attuale e futuro di architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori dei beni architettonici e ambientali. Questo è stata la Conferenza Nazionale dell’Architettura, svoltasi oggi a Roma. Mi ha fatto molto piacere portare il mio contributo ad un discorso molto ampio e generale che coinvolge il paesaggio, la professione dell’architetto, la sperimentazione, la ricerca, la formazione, la sostenibilità delle nostre città del futuro.

L’Italia è un paese bellissimo e unico al mondo per il suo patrimonio storico-artistico e naturale (detenendo, tra l’altro, il record europeo di biodiversità). L’eccezionalità del nostro paese è aver compreso prima di altri l’importanza della tutela di tale patrimonio, inserendola tra i principi fondamentali della Costituzione, all’art. 9. Con la tutela del paesaggio i padri costituenti avevano colto che il nostro patrimonio di bellezze naturali e artistiche era di tale rilevanza da doverne dare rango costituzionale al fine di assicurarne la protezione per le future generazioni. Oggi più che mai questa intuizione dimostra tutta la sua attualità.

Lo sviluppo sostenibile è la sfida del secolo: il benessere del futuro dovrà passare inevitabilmente dal ripensamento dell’attuale modello di crescita poiché, banalmente, le risorse naturali non sono infinite. Ciò comporta, tra l’altro, la ridefinizione dei sistemi urbanistici e delle reti per la mobilità nonché un radicale mutamento di paradigma per passare dallo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali -fonti idriche, territorio, idrocarburi, biodiversità- alla cura del Creato, così come indicato anche da Papa Francesco nel suo messaggio evangelico contenuto nell’enciclica Laudato Si’.

A livello comunitario, l’importanza di tutelare il paesaggio è stata riconosciuta già nel 2000 con la “Convenzione europea del paesaggio”, ratificata in Italia nel 2006. In essa si afferma che il paesaggio -se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato- costituisce una risorsa fondamentale all’attività economica e può contribuire alla creazione di posti di lavoro, in un’ottica di sviluppo sostenibile, fondato su un rapporto equilibrato tra i bisogni sociali, l’attività economica e l’ambiente. La qualità della pianificazione, nel rapporto tra i citati equilibri, rappresenta l’elemento fondamentale al fine di mantenere, preservare e progettare il patrimonio culturale e naturale dell’intero territorio europeo.
Nel nostro Paese, prendendo in considerazione il “valore multifunzionale” dei paesaggi, l’azione congiunta di Stato, regioni ed Enti territoriali deve riconoscere il valore intrinseco e l’importanza, anche economica, del complesso mosaico creato dagli ecosistemi, che garantisce il complesso dei servizi ecosistemici essenziali per il nostro benessere. In tal senso, il Ministero dell’Ambiente viene sovente coinvolto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT), dalle Regioni e dalle Province Autonome, nei processi di co-pianificazione integrata paesaggistica e ambientale, sulla base di quanto stabilito dal Codice dei beni culturali e del paesaggio in merito alla preminenza della pianificazione paesaggistica come strumento di tutela e di disciplina del territorio.
Attualmente il MATTM è coinvolto nella redazione di quattro Piani Paesaggistici Regionali (PPR); nello specifico, quello in fase più avanzata, il PPR della Regione Umbria, il PPR della Regione Basilicata, il PPR della Regione Friuli Venezia Giulia, e il PPR della Regione Liguria.

In questo contesto di attenzione e valorizzazione costante del bene “paesaggio”, credo che gli architetti e i professionisti della pianificazione dovranno assumere sempre di più una funzione civile, improntando la loro attività progettuale ai criteri di sostenibilità, rigenerazione e basso impatto ambientale.

Sono d’accordo con il senatore a vita Renzo Piano quando afferma che bisogna ripartire dal “rammendo delle periferie”, per far diventare i sobborghi luoghi di civiltà e non solo posti dove si va a dormire. Rivitalizzare l’intero tessuto urbano significa infatti rivitalizzare i legami sociali oggi sempre più deboli, significa rinsaldare il senso di comunità, contrastando il degrado, l’incuria e la solitudine delle persone. La priorità nella stragrande maggioranza del nostro territorio è quella di rigenerare gli edifici esistenti, secondo criteri di efficienza energetica, evitando ulteriore consumo di suolo e creando luoghi dove vivere e lavorare sia bello e socialmente arricchente.
Tra l’altro, a livello globale, va considerato che le aree urbane sono destinate a crescere sempre di più, soprattutto in Asia e in Africa. Attualmente coprono soltanto il 2% della superficie terrestre ma ospitano già più del 50% della popolazione mondiale e sono responsabili del 75% della CO2 emessa in atmosfera. Alla futura centralità delle città fa riferimento anche l’ONU che con l’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030 auspica che le stesse diventino inclusive, sicure, durature e sostenibili, dotate di spazi verdi e pubblici sicuri e accessibili, in particolare per donne, bambini, anziani e disabili.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati contenuti nell’ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo mostrano come la progressiva espansione delle infrastrutture e delle aree urbanizzate, in particolare di quelle a bassa densità, continui a causare un forte incremento delle superfici artificiali. Il consumo di suolo, sebbene rallenti, ha continuato infatti ad espandersi, anche negli ultimi anni, in presenza di una crisi che non è riuscita a fermare dinamiche insediative, quasi mai giustificate da analoghi aumenti di popolazione e di attività economiche che portano a trasformazioni del territorio non sempre adeguatamente governate da strumenti di pianificazione e da politiche efficaci di gestione del patrimonio naturale. Le conseguenze di questi fenomeni sono la perdita di quelli che vengono definiti servizi ecosistemici e l’aumento di quei “costi nascosti”, come li definisce la Commissione Europea, dovuti alla crescente impermeabilizzazione del suolo.

Per tali ragioni, sarebbe opportuno e urgente imboccare con decisione la via del contenimento del consumo di suolo. Questo -voglio sottolinearlo- non è in contrapposizione con l’auspicata ripresa del settore edilizio e il rilancio dell’economia nazionale. Al contrario, si pone come il motore per l’edilizia di qualità, efficiente nei consumi energetici e nell’uso delle risorse ambientali (incluso il suolo). Un’edilizia in grado di assicurare la necessaria riqualificazione e rigenerazione urbana e il riuso delle aree contaminate o dismesse.
So bene come questa sfida sia stata già largamente accettata dai professionisti del settore della pianificazione la cui sensibilità in tema di progettazione eco-sostenibile e partecipata è senza dubbio in crescita.
Solo a Roma esistono già decine di progetti che, coinvolgendo le comunità e gli abitanti nei processi decisionali relativi alla definizione degli spazi urbani, sono improntate alla sostenibilità: ex-viadotti trasformati in spazi di socializzazione, di sport e cultura; abitazioni realizzate con la paglia e materiali “poveri” naturali; ville sequestrate alle mafie diventati luoghi dedicati all’arte; progetti di co-housing da attivare all’interno di ex-edifici militari. Lo stesso progetto per il futuro Rettorato dell’Università Roma III, firmato da Mario Cucinella, è un modello di architettura sostenibile ad efficienza energetica massima.

Ora è importante che queste prassi, da sperimentazione di pochi, diventino patrimonio comune della maggioranza. Penso anche, ad esempio, all’utilizzo nell’edilizia di materiali di recupero in un’ottica di economia circolare, capace di ridurre al minimo la produzione di rifiuti. Non sono buone intenzioni, ma un processo già in corso, spinto dalla direttiva 98 del 2008 della Commissione Europea, che prevede nel 2020 di riciclare il 70% dei rifiuti da costruzione e demolizione.
Si tratta di un obiettivo molto sfidante, per raggiungere il quale serve una nuova cornice normativa ma anche l’impegno di progettisti e costruttori. Il Collegato ambientale (Legge 221/2015) e il nuovo Codice degli appalti (Decreto Legislativo 50/2016) contengono già delle misure, come i criteri ambientali minimi, in materia di “affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici e per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione”. Gli appalti “green” relativi alla PA sono dunque un passo importante per diffondere una nuova cultura della progettazione e pianificazione sostenibile, che deve estendersi però ad ogni ambito.
Quello che fino a ieri era considerato un settore ad alto impatto ambientale, e consumo di materiali oltre che suolo, oggi può quindi rappresentare un tassello fondamentale nella rivoluzione dell’economia circolare. Un fattore di sviluppo sostenibile e di ripensamento del nostro modo di abitare, lavorare, trascorrere il tempo libero, vivere.

Infine, vorrei citare un’altra grande sfida che ci coinvolge tutti: la cultura della prevenzione in relazione agli eventi sismici ed atmosferici. Il nostro paese infatti è un territorio fragile, soggetto a frane, alluvioni e terremoti, come quelli che lo scorso anno hanno portato tanta distruzione in centro Italia.
In tema di pianificazione urbanistica occorrerà quindi sempre di più tener conto, oltre che della qualità degli insediamenti e dell’abbattimento dell’inquinamento, della gestione attenta dei rifiuti e della capacità di accogliere la migrazione, anche della riduzione dei rischi di disastri ambientali. Tutte le evidenze mostrano infatti che il riscaldamento globale sta producendo una maggiore incertezza meteorologica e un aumento di fenomeni meteorologici estremi. L’imperativo quindi è una progettazione, coordinata ai vari livelli istituzionali, che preveda la messa in sicurezza del territorio, per mitigare i rischi derivanti dal dissesto idrogeologico e dare un futuro sereno a tutti i cittadini.

FORUM MONDIALE DEI GIOVANI MAB UNESCO 2017, DELTA DEL PO 18-23 SETTEMBRE

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Dal 18 al 23 settembre prossimi si terrà in Italia, sul Delta del Po, il primo Forum mondiale del giovani MAB Unesco, presentato oggi in conferenza stampa a Rovigo. Si tratta di un evento molto importante, che metterà al centro dell’interesse internazionale il nostro territorio, valorizzandolo sotto il profilo naturalistico, turistico e di capacità di governance.

Il Forum, espressione della proficua collaborazione tra il Segretariato del MAB, l’Ufficio Regionale UNESCO di Venezia per la scienza e la cultura in Europa e la Regione Veneto, con il supporto logistico e organizzativo della Riserva della Biosfera del Delta del Po, ha ottenuto il prezioso sostegno della Fondazione Cariparo e due patrocini importanti: dal Ministero dell’Ambiente e dal Ministero dei Beni culturali.

In preparazione della manifestazione, che porterà nei nostri territori centinaia di giovani dai 18 ai 35 provenienti da 120 paesi, si terrà nei prossimi mesi una serie di eventi, tra i quali:
– un Master Universitario dello IUAV di architettura sostenibile ed autocostruzione, in collaborazione con il Politecnico di Milano;
– una riunione del Consiglio Scientifico della CMS – Convenzione di Bonn – UNEP (Nazioni Unite), la convenzione totalmente dedicata alla specie migratrici di animali selvatici;
iniziative culturali e ambientali nella Riserva Delta del Po legate all’Anno Internazionale del Turismo sostenibile, dal birdwatching al cicloturismo, al turismo fluviale, all’enogastronomia, alla didattica ambientale;
– un incontro tra le Riserve di Biosfera europee

Inoltre, nel mese di maggio, si terrà l’incontro delle Riserve di Biosfera Italiane al fine di elaborare una strategia nazionale tesa a favorire l’innovazione tecnologica e le politiche giovanili nei territori delle Riserve. Mi piace segnalare in particolare questo appuntamento perché la Rete delle Riserve MAB italiane si è molto rafforzata negli ultimi anni: oggi ci sono 14 riserve designate, 1 di prossima designazione (Tepilora, Rio Posada e Montalbo, in Sardegna), 4 in fase di istruttoria.

E’ motivo di grande orgoglio, quindi, che sia proprio l’Italia ad ospitare questo grande evento per la prima volta e crediamo che sarà l’occasione per nuove opportunità di crescita culturale, ambientale ed economica dei nostri territori di riconosciuto pregio internazionale. L’obiettivo è quello di costituire un laboratorio privilegiato per sperimentare tutte le forme di tutela e sviluppo capaci di assicurare la più proficua integrazione tra l’uomo e l’ambiente che vive.

Area Civica si presenta a Padova

LOGO AREA CIV GIORDANI copia

Presentata oggi in conferenza stampa la lista Area Civica per Sergio Giordani Sindaco. Una proposta politica che coinvolge tante persone di buon senso, diverse per cultura ed esperienza politica, riunite attorno a questo progetto civico che mira a dare un contributo importante alla candidatura di Sergio Giordani a sindaco della città di Padova.

Ci unisce il cuore, l’amore per la nostra città che vogliamo contribuire a rendere più bella e ricca, valorizzando i beni comuni che abbiamo, a cominciare dalla bellezza che ci circonda e dalla fiducia in noi stessi.

Di seguito la rassegna stampa relativa all’evento:

Il sito internet della lista area civica

La pagina facebook della lista area civica

G7 AMBIENTE: SVILUPPO SOSTENIBILE POSSIBILE DALL’UNIONE TRA PMI E FINANZA GREEN

intervista tgr veneto
Clicca sulla foto per guardare il servizio andato in onda al TGR Veneto del 5 aprile ore 14 (dal minuto 5:23)

Stamattina, nello splendido Palazzo Labia di Venezia, ho portato il mio saluto ai rappresentanti del G7 ambiente impegnati nel discutere un tema molto importante ed attuale: il ruolo della finanza green per le PMI. Soprattutto in Paesi come il nostro, infatti, in cui il tessuto produttivo è composto da una moltitudine di imprese di dimensioni ridotte, gli strumenti di finanza verde potrebbero rappresentare un solido volano di sviluppo sostenibile.

L’incontro si è svolto nella meravigliosa Venezia, simbolo di bellezza, di storia e della capacità dell’uomo di immaginare una città che è un vero e proprio miracolo. Una città “quasi” impossibile, realizzata attraverso l’impegno e l’ingegno umano in un luogo dove nessuno fino al momento della sua costruzione aveva pensato di poter creare un centro abitato: in mezzo ad una laguna.
Chi conosce un po’ la storia della nostra regione, il Veneto, sa che lo stesso spirito di intraprendenza e voglia di fare infonde le tantissime attività imprenditoriali del territorio. A partire dagli anni ’60 del boom economico, il Veneto è stato la culla di quell’operosità e di quella capacità di innovare che tanto benessere ha dato a tutto il Nord Est italiano. Pur nelle difficoltà derivanti dalla pesante crisi economica appena trascorsa, il Veneto è oggi la patria delle PMI con 150.000 imprese, terza regione italiana per invio di richieste di brevetti all’Ufficio europeo di Monaco di Baviera e nella top five delle regioni per numero di start up innovative, non solo in campo digitale ma anche, ad esempio, in quello industriale e agroalimentare.

Non è un caso, quindi, se proprio Venezia sia stata scelta come sede per questa riunione che affronta il tema del rapporto tra PMI e finanza verde, un “matrimonio” giovane ma che è destinato certamente a dare frutti importanti. Sono proprio le PMI, infatti, che numericamente rappresentano l’assoluta maggioranza del tessuto produttivo italiano (95%), che possono trovare il miglior giovamento dall’utilizzo di prodotti finanziari green modulati secondo le loro esigenze.

L’incontro odierno, inserito nel prestigioso contesto del G7 Ambiente, giunge dopo un percorso virtuoso che ha visto il Ministero dell’Ambiente promotore di due progettualità importanti. Il primo è un progetto pilota del Ministero nato nel 2012 per sperimentare su vasta scala le metodologie di misurazione delle prestazioni ambientali legate alle attività produttive, attuato su base volontaria attraverso specifici accordi. Il progetto del Ministero dell’Ambiente coinvolge oggi più di 200 soggetti tra aziende, università ed enti locali e punta a sostenere e valorizzare l’attuazione di tecnologie a basse emissioni, le migliori pratiche nei processi di produzione e nell’intero ciclo di vita dei prodotti e servizi in coerenza con le indicazioni dei summit di Parigi e Marrakech, che hanno evidenziato la necessità di migliorare le produzioni in termini di impatto sull’ambiente. Gli accordi volontari sottoscritti dal Ministero prevedono l’impegno da parte delle aziende firmatarie, a condurre l’analisi e la contabilizzazione delle emissioni di CO2 equivalenti, prodotte nel ciclo di vita dei prodotti o servizi, al fine di una loro riduzione attraverso misure di efficientamento.
Il secondo progetto, riguarda l’accordo di collaborazione sottoscritto dal Ministero dell’Ambiente e l’UNEP a margine dell’incontro dello scorso 6 febbraio presso la sede della Banca d’Italia per la presentazione del Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile. L’accordo siglato mira a: (a) costruire la resilienza dei paesi ai cambiamenti climatici con approcci ecosistemici; (b) promuovere il trasferimento e l’uso di tecnologie per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica per uno sviluppo a basso contenuto di emissioni; (c) sostenere la pianificazione e l’attuazione di iniziative per ridurre le emissioni dovute alla deforestazione e alla degradazione delle foreste.

La presentazione del Rapporto del Dialogo Nazionale, che ha riunito allo stesso tavolo il ministro dell’economia Padoan, il ministro dell’ambiente Galletti e il governatore della banca d’Italia Visco, è un documento basilare che ha sancito il punto d’inizio formale di una riflessione condivisa da tutte le istituzioni coinvolte sulla necessità strategica di orientare il sistema finanziario italiano verso un modello di sviluppo più sostenibile, che integri al suo interno i fattori ambientali, sociali e di buon governo societario come generatori di valore e di futuro. La finanza e l’economia verde, infatti, potranno contemporaneamente tutelare la qualità del nostro ambiente ma anche contribuire alla ristrutturazione del nostro sistema economico, attivando nuove tecnologie più efficienti dal punto di vista energetico ed ambientale, riducendo nel contempo gli sprechi di energia e materie prime e creando nuovi settori economici, nuove imprese e nuove professionalità, dando sbocchi al talento spesso inutilizzato dei nostri migliori giovani.

L’attenzione politica al tema è molto alta. Il governo vuole assumere il ruolo di motore di questo cambiamento, agendo sulle leve della finanza pubblica. L’obiettivo è quello di orientare i mercati, sapendo tuttavia che i veri risultati arriveranno solo con l’apporto dei capitali richiesti dal settore privato.
Per vincere questa sfida occorre l’impegno di tutti, c’è bisogno di dar vita ad un dialogo costruttivo tra istituzioni, operatori finanziari ed imprese. Se vero infatti che le PMI sono le imprese più reattive è anche vero che esse sono le più difficili da raggiungere, perché spesso al loro interno manca una cultura finanziaria di alto livello e l’abitudine ad usare tutti gli strumenti di finanziamento a disposizione sul mercato.

Per imprimere questo cambiamento occorre cominciare ad adottare una visione sistemica, imparando a percepire e considerare gli effetti di un’operazione anche a medio-lungo termine. Un limite della finanza tradizionale di oggi è infatti quello di ragionare troppo sul breve termine, come avviene ad esempio nelle transazioni ad alta frequenza (high frequency trading), in cui l’orizzonte temporale dell’investimento è di pochi millesimi di secondo.
Non attribuire il costo delle esternalità ambientali, però, può rovesciare il profilo di rischio/rendimento di un’operazione in termini di valore e sostenibilità, consegnando ai nostri figli un mondo impazzito e compromesso sotto il profilo ambientale. La finanza green, in questo senso, può rappresentare un’opportunità importante da cogliere subito per passare dai problemi alle soluzioni.