PERCHE’ VOTARE SI’ AL REFERENDUM DOMENICA 4

insieme si cambia

Il 4 Dicembre si andrà a votare per un referendum confermativo sulla riforma costituzionale. La legge in questione è complessa, difficile da districare e piena di argomenti importanti, sui quali però non si ha sempre competenza o capacità di comprensione. D’altronde non siamo tutti costituzionalisti o avvocati, e non siamo sempre in grado di capire le implicazioni immediate e future di una riforma così immensa e, per certi versi, epocale.

Per cercare quindi di arginare la confusione e fornire a tutti la possibilità di capire chiaramente la Riforma, vorremmo cercare di spiegare il contenuto del Referendum nella maniera più semplice e immediata possibile, in modo che anche un bambino di 4 anni possa capirla. Cerche- remo di volta in volta di spiegare i contenuti e le ragioni dietro questa Riforma, e cosa succede se vincerà il “SÌ” oppure il “NO”.

Siccome è molto lunga, abbiamo suddiviso la spiegazione della Riforma in diverse parti a seconda dei temi, così da agevolare la lettura. Non abbiamo la pretesa di illustrare la Riforma nei dettagli, ma ci concentreremo su tutto ciò che riteniamo sia essenziale e importante.
Tenete bene a mente che si vota con un SÌ o con un NO a TUTTA la Riforma in blocco, e non si votano le parti singolarmente.

COSA ANDIAMO A VOTARE?

Il referendum deciderà, con un semplice SÌ o NO, se siamo a favore o contrari alla riforma co- stituzionale detta anche “Riforma del Senato” nonostante sia sbagliato definirla solo “del Senato” visto che, come vedremo, contiene tantissime altre cose.

La Riforma è stata approvata perché ha passato tutti gli iter previsti dalla legge. Tuttavia, entrerà in vigore soltanto se vincerà il Sì al referendum. D’altronde, trattandosi dell’impianto strutturale delle Camere dello Stato, chiedere l’approvazione o la bocciatura popolare è il minimo indispensabile in una democrazia che si definisce tale.

Il Referendum è senza quorum, quindi avrà valore anche se andassimo a votare in quattro gatti.

VA BENE, MA IO VOGLIO MANDARE A CASA RENZI!

Il Referendum NON decide se il Governo attuale sopravvive o meno.
Non c’è nessun vincolo di legge che impone al Primo Ministro di dimettersi in caso di vittoria del NO.

Non si può far decadere Renzi con questa votazione.

Anche se Renzi decidesse di dimettersi in caso di vittoria del NO, non saremmo comunque andati a votare contro di lui o contro il suo Governo.

Questa confusione deriva dal fatto che sia Renzi che l’Opposizione hanno concentrato tutto il dibattito sull’esistenza futura del Governo e non sui contenuti della Riforma, dando così l’illusione al cittadino-elettore di poter decidere “di mandare a casa Renzi”.

Il pezzo grosso della Riforma riguarda la distruzione del tanto odiato Bicameralismo Perfetto. Ma cosa vuol dire?

In Italia, dal 1948 ad oggi, abbiamo sempre avuto due Camere: la Camera dei Deputati (“Camera”) e il Senato della Repubblica (“Senato”). Entrambe vengono elette direttamente dai cittadini.
In ognuna di esse, Deputati e Senatori proponevano, discutevano e votavano le leggi che poi, una volta concluso tutto il percorso, diventavano Leggi della Repubblica Italiana.

Alla Camera vi sono 630 deputati, al Senato 315 senatori. Il problema è che non c’è assolutamente differenza nei poteri delle singole Camere e l’iter di approvazione delle leggi. Questo significa che i tempi si raddoppiano, perché le leggi devono passare il vaglio di Camera e Senato, che non differiscono nei poteri e quindi virtualmente “non aggiungono qualità” al lavoro svolto. In sostanza, si devono “fare le cose due volte” senza una valida ragione.

Pressoché tutti i maggiori costituzionalisti sono d’accordo sull’idea che bisogna eliminare il sistema del Bicameralismo Perfetto. Ci sono, però, diverse opinioni su come bisognerebbe riformarlo. Quasi tutti pro- pendono a lasciare inalterata la Camera, e modificare strutturalmente il Senato: chi vuole eliminarlo, chi vuole un Senato debole, chi vuole un modello tedesco, chi un modello inglese, chi un modello americano…

Il compromesso, in Parlamento, è stato raggiunto col cosiddetto “Senato dei 100”, che descriverò meglio nel prossimo paragrafo.

Cosa succede se vince il SÌ? Addio Bicameralismo Perfetto: avremo un Parlamento composto dalla Camera (630 deputati, uguale a quella attuale) e il Senato dei 100.

Cosa succede se vince il NO? Manteniamo il Bicameralismo Perfetto esattamente com’è.

Detto anche “Nuovo Senato”, “Senato delle Regioni” o “L’Isola dei Famosi”, il Senato dei 100 è il nuovo impianto che andrà a sostituire l’attuale Senato della Repubblica. Viene chiamato così perché, appunto, sarà composto da 100 senatori, invece degli attuali 315.

Attualmente, quando andiamo a votare per il Parlamento, votiamo nello stesso momento sia deputati che i senatori. I 100 nuovi senatori, invece, saranno composti da 95 tra consiglieri regionali e sindaci, e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Gli ex-Presidenti della Repubblica saranno in automatico senatori a vita (come già avviene).

La filosofia dietro la Riforma è quella di creare un Senato che funzioni principalmente da “raccordo” tra il Territorio e lo Stato centrale. Questo si vede bene sia nelle persone che lo compongono, sia nelle sue funzioni.

Questo Senato ha un sacco di poteri diversi e complicati, e non c’è modo di riportarli tutti senza ricopiare tutta la legge per intero. Vediamo però quali sono le parti più importanti:

COSA IL NUOVO SENATO POTRA’ FARE

  • Il Senato ha piena competenza legislativa (cioè discute, approva e vota insieme alla Camera) su tutte le leggi che riguardano i rapporti tra Stato, Unione Europea e territorio, oltre che su leggi costituzionali, revisioni della Costituzione, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali, leggi sulla Pubblica Amministrazione, leggi su organidi Governo, sulle funzioni specifiche di Comuni e Città Metropolitane.
  • Per il resto, può decidere, entro 30 giorni e su richiesta di 1/3 dei suoi componenti, di chiedere alla Camera dimodificare una legge. La Camera può decidere di ignorare queste modifiche e votare il disegno di legge senzaascoltare il Senato.
  • Però, sulle leggi di bilancio o su leggi riguardanti competenze che vengono assegnate esclusivamente alleRegioni, la Camera può bypassare le modifiche del Senato solo con un voto a maggioranza assoluta.
  • Il Senato non è però del tutto insignificante: con voto a maggioranza assoluta, può proporre alla Camera didiscutere e votare delle leggi proposte dai suoi senatori.

COSA IL NUOVO SENATO NON POTRA’ FARE:

  • Oltre a quanto già detto sopra, il nuovo Senato non voterà più la fiducia al Governo.
  • Inoltre, non delibererà più lo stato di guerra e non avrà competenze su leggi riguardanti amnistia e indulti.
  • Non avrà competenza nemmeno su leggi che ratificano trattati internazionali, tranne quelle che riguardano lapermanenza o meno dell’Italia nell’Unione Europea.
  • Rimane però una domanda: come vengono eletti quei famigerati 95 senatori? Verrà spiegato per bene nel paragrafo 3b.Cosa succede se vince il SÌ? Il Senato dei 100 (95+5) diventa il nuovo Senato. Le sue funzioni sonocomplesse, e la sua filosofia è quella di funzionare da legame tra il Territorio e lo Stato centrale.
  • Cosa succede se vince il NO? Manteniamo l’attuale Senato, con 315 senatori eletti direttamente dai cittadini

I NUOVI SENATORI: CHI SONO?
Come già detto, i nuovi senatori vengono scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci del territorio

A differenza degli attuali, non necessitano di un limite minimo di età per essere eletti (prima dovevano avere almeno 40 anni), e tutti i cittadini possono eleggerli (prima bisognava avere minimo 25 anni). Inoltre, essendo eletti tra i consiglieri regionali e tra i sindaci, non riceveranno un’indennità per il loro ruolo da senatori (cioè non avranno due stipendi).

Tuttavia, questi senatori avranno l’immunità parlamentare (cioè non potranno essere incarcerati se non ci sarà il voto favorevole del Senato), e non vi sono norme che regolano i rimborsi-spese, che dovranno essere decisi singolarmente dai regolamenti delle due Camere.

Cosa succede se vince il SÌ? I nuovi senatori non avranno limite minimo di età e doppio stipendio, ma mantengono l’immunità. Le Camere decideranno singolarmente sui rimborsi-spese.

Cosa succede se vince il NO? Manteniamo gli attuali senatori: minimo 40 anni, stipendio e immunità parlamentare, con rimborsi-spese così come stabiliti attualmente.

 I NUOVI SENATORI: COME LI ELEGGIAMO?
A differenza del precedente Senato, i senatori non saranno eletti direttamente da noi.

Ma quindi chi li sceglie?

La Riforma ci dà poche indicazioni. Intanto sappiamo che i senatori saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, e che saranno ripartiti tra le Regioni in base al loro peso demografico. A parte questo, l’elezione dei nuovi senatori non è ancora normata da una legge specifica. Nel testo della Riforma, si legge che le modalità di elezione verranno decise da Camera e Senato in un secondo momento.

Come mai dopo e non ora? La ragione è perlopiù politica. L’argomento dell’elezione dei senatori è stato uno dei più dibattuti e infiammati, specie all’interno del PD dove la minoranza voleva a tutti i costi l’eleggibilità diretta. Altri volevano un’elezione indiretta (cioè da parte dei consiglieri stessi), altri uno strano meccanismo che coinvolgeva le preferenze dei cittadini e i consigli regionali. Non si è trovato un accordo, ergo avremo il meccanismo preciso solo in futuro.

Cosa succede se vince il SÌ? Si approva l’attuale Senato, ma le modalità dell’elezione dei senatori verranno chiarite con una legge futura.

Cosa succede se vince il NO? Si mantiene il vecchio Senato, con le sue modalità elettive.
Le implicazioni della vittoria del NO sono, però, molto più complesse di quella del Sì, e sono strettamente vincolate a quello che potrebbe accadere dopo il Referendum.

CI SONO DUE SCENARI PRINCIPALI.
1. Renzi non si dimette o non viene sfiduciato: non succede nulla, perché realisticamente non si va ad elezioni anticipate (salvo decisioni clamorose di Mattarella).

2. Renzi si dimette o viene sfiduciato: in questo caso, Mattarella può decidere di sciogliere le Camere ed andare ad elezioni anticipate, oppure non farlo e puntare a formare un governo che abbia l’approvazione del Parlamento.

Se decide di sciogliere il Parlamento, eleggeremmo la Camera con il sistema dell’Italicum (in cui avremo sicuramente il 55% di deputati di un partito politico) e il Senato con il Consultellum (una modifica della Corte Costituzionale al famoso Porcellum), dove i senatori verranno assegnati in maniera proporzionale. Un sistema elettorale che condurrebbe, realisticamente, a uno scenario simile a quello delle elezioni nazionali del 2013: Camera forte, Senato fragile, probabile ingovernabilità.

Nulla vieta, naturalmente, di creare una legge elettorale specifica per il Senato (oppure integrare l’Italicum) che possa risolvere questo problema. Tuttavia, nei due mesi che intercorrono tra la proclamazione di nuove elezioni e il voto, il Parlamento dovrebbe riuscire ad approvare in fretta e furia una legge che regolamenti l’elezione del Senato, ed è (mia personalissima opinione) uno scenario irrealistico.

Col Senato dei 100, saranno Senatori a vita solo gli ex-Presidenti della Repubblica (come già avviene). Gli altri verranno sostituiti da senatori scelti dal Presidente della Repubblica (i famosi 5 del 95+5), che

rimangono in carica 7 anni, e non potranno essere nominati nuovamente.

Inoltre, non possono essercene più di 5 contemporaneamente.

I senatori a vita attualmente presenti (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) rimarranno al loro posto. Lo stesso vale per Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi, in quanto ex-Presidenti della Repubblica.

Cosa succede se vince il SÌ? Niente più senatori a vita, esclusi gli ex-Presidenti della Repubblica; ci saranno, al loro posto, senatori di nomina presidenziale che rimarranno in carica 7 anni e non sono rieleggibili.

Cosa succede se vince il NO? Resta intatta la legislazione sui senatori a vita.

Con la Riforma cambia anche il modo in cui viene eletto il Presidente della Repubblica. L’elezione rimane sempre competenza di Deputati e Senatori (non c’è l’elezione diretta del Presidente della Repubblica: non siamo una Repubblica Presidenziale!), ma diversi aspetti della votazione sono stati modificati:

  • Votano solo Deputati e Senatori. Non ci sono più i 59 delegati regionali, visto che i senatori del Nuovo Senato sono, appunto, scelti dal territorio.
  • Nelle prime tre votazioni, servono i 2/3 degli aventi diritto (circa 500 elettori) per eleggere il Presidente.
  • Dalla quarta votazione in poi, la legge precedente prevedeva che il limite scendesse alla maggioranza assoluta (50% +1); con la Riforma, dal 4° al 6° scrutinio sono necessari i 3/5 degli aventi diritto al voto (circa 440 elettori); dal 7° in poi, la maggioranza dei 3/5 dei votanti (cioè quelli che sono presentie votano effettivamente).

Il Presidente della Repubblica potrà sciogliere unicamente la Camera e non più il Senato, essendo quest’ultima composta da rappresentanti regionali.

Inoltre, il Presidente della Camera diventa la seconda carica dello Stato (attualmente la seconda carica è il Presidente del Senato), che farà le veci del Presidente della Repubblica in sua assenza.

Cosa succede se vince il SÌ? Vengono approvate le modifiche sul quorum per eleggere il Presidente della Repubblica, oltre al suo potere di sciogliere unicamente la Camera.

Cosa succede se vince il NO? Restano intatte le modalità di elezione e i poteri del Presidente della Repubblica.

Nella Riforma è presente un meccanismo per consentire l’approvazione rapida di un disegno di legge reputato essenziale per l’attuazione del programma di Governo.

Funziona così: il Governo può chiedere alla Camera una “via preferenziale” per l’approvazione di una data legge. La Camera ha tempo 5 giorni per accogliere questa richiesta e, se lo fa, deve discutere e approvare tale legge entro 70 giorni (con massimo 15 giorni di rinvio).

Questa possibilità non è prevista per le leggi di competenza del Senato, oltre a una serie di leggi essenziali e non discutibili in tempi brevi (in particolare: le leggi elettorali, la ratifica dei trattati internazionali, le leggi di amnistia e indulto, le leggi di bilancio).

Cosa succede se vince il SÌ? Viene inserita una “via preferenziale” che consente al Governo di accelerare l’iter di approvazione di leggi importanti per il suo programma.

Cosa succede se vince il NO? Semplicemente, non viene inserito questo meccanismo.

Tra le varie norme legate alle leggi, un aspetto interessante riguarda i decreti legge (cioè gli atti proposti dal Governo, di solito urgenti, e che diventano immediatamente legge ed hanno funzione provvisoria, che diventa definitiva se vengono approvati entro 60 giorni dal Parlamento).

I decreti legge, si legge nel testo, devono contenere “misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. L’idea è quella di limitare l’abuso dei decreti legge da parte del Governo e impedire la formazione di un minestrone di argomenti diversi nello stesso decreto.

Il contenuto, perciò, dev’essere coerente con ciò che si propone. Infatti, “non possono essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alle finalità del decreto”. Un classico esempio di ammucchiata riguarda il decreto milleproroghe nato come strumento eccezionale (ma poi diventato prassi nell’ultimo decennio) per quelle disposizioni urgenti da risolvere entro l’anno in corso.

Cosa succede se vince il SÌ? Viene inserito l’obbligo costituzionale, per i decreti legge, di coerenza nel contenuto e l’impossibilità di votare disposizioni non omogenee.

Cosa succede se vince il NO? Semplicemente, non viene inserito questo obbligo nella Costituzione.

 ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
Con la Riforma, le province vengono definitivamente abolite. Tutte le loro competenze vengono spartite tra Comuni, Città Metropolitane, Regioni e Stato.

“Ma non erano già state abolite? Se ne parla da una vita!”

Non proprio. Nel corso degli anni, sono state discusse e/o approvate una serie di leggi che hanno progressivamente svuotato il contenuto degli enti provinciali (tra cui, degna di nota, è la più recente legge Delrio). Per l’abolizione definitiva è necessaria una modifica della Costituzione, che sarà definitivamente approvata con questa Riforma.

Cosa succede se vince il SÌ? Addio province, per sempre.
Cosa succede se vince il NO? Le province non vengono formalmente abolite del tutto, ma mantengono la struttura prevista dalla legge Delrio.

ABOLIZIONE DEL CNEL
Il CNEL, ovvero Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, è un ente statale che ha la possibilità di proporre iniziative legislative (limitatamente alle sue competenze, appunto in economia e lavoro) e di fornire pareri su questi argomenti. Tali pareri non sono vincolanti, e vengono forniti solo se richiesti o dal Governo, o dalle Camere o dalle Regioni.

È stato ritenuto da molte parti un “ente inutile” (visto che le sue competenze sono compiute anche da altri organi statali), e negli anni ne è stata richiesta più volte l’abolizione. Siccome si tratta di un ente previsto costituzionalmente, lo si può abolire solo con una legge costituzionale. Renzi ha fortemente voluto la norma sull’abolizione del CNEL in questa Riforma, per fornire “un antipasto” sul progetto di chiusura degli enti inutili.

Cosa succede se vince il SÌ? Addio CNEL.
Cosa succede se vince il NO? Il CNEL rimane in piedi.

 COMPETENZE DELLO STATO E DELLE REGIONI

Questo è forse il punto più complicato di tutta la Riforma, oltre a essere fortemente dibattuto.
La Riforma ridefinisce le competenze dello Stato e delle Regioni, e regola in particolare i rapporti tra le due. Vediamo gli aspetti più importanti:

• Fino ad oggi, le competenze su tutto ciò che è di interesse pubblico erano suddivise in due modi: “esclusive” (cioè riguardanti o solo le Regioni, o solo lo Stato) e “concorrenti” (cioè su cui hanno competenza le Regioni, ma con diversi princìpi fondamentali dettati dallo Stato).

  • Con la Riforma, la definizione di “competenza concorrente” viene eliminata, mantenendo solo il concetto di competenza esclusiva. Ma come fare, quindi, con tutte quelle materie ibride che riguardano tanto lo Stato quanto le Regioni? E come vengono ripartiti i poteri
  • Conl’eliminazione della competenza concorrente,buona parte delle competenze va riassegnata o ri- distribuita.

Viene introdotta, però, la cosiddetta “clausola di supremazia”, in base alla quale la legge dello Stato – su proposta del Governo – può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva di Stato o Regione, se ritiene sia necessaria una “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ov- vero la tutela dell’interesse nazionale”. Lo Stato può perciò agire sulle competenze non esclusive (quelle che erano regolate dalla “competenza concorrente”), nei casi in cui è necessario un intervento per l’unità giuridica/economica dello Stato, o di più generico “interesse nazionale”.

• Inoltre, viene introdotto il cosiddetto “regionalismo differenziato”. Alle Regioni (tranne quelle a Statuto Speciale e alle Province Autonome di Trento e Bolzano) possono essere attribuite particolari forme di autonomia, a condizione che presentino un equilibrio di bilancio tra le entrate e le spese. La legge per attuare il regionalismo differenziato dev’essere approvata da entrambe le Camere, oltre a necessitare un continuo dialogo tra Stato e Regione interessata.

Va notato, infine, che la maggiore critica a questa parte della Riforma riguarda l’accentramento dei poteri e delle competenze verso lo Stato centrale, che diminuisce l’impatto delle Regioni.

Cosa succede se vince il SÌ? Le competenze dello Stato e delle Regioni vengono profondamente riviste e modificate, insieme ai rapporti tra le due entità e alla possibilità di avere più o meno autonomia.

Cosa succede se vince il NO? Le spartizioni delle competenze tra Stato e Regioni restano invariate (in particolare rimane la “competenza concorrente” e tutte le sue implicazioni).

LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE

Fino ad oggi, per fare una proposta di legge di iniziativa popolare era richiesto, oltre al testo della legge redatto in articoli, la firma di 50.000 elettori.

Con la Riforma, sono richieste 150.000 firme, ma con la garanzia (che è una garanzia, essendo prevista dalla Costituzione) che tale legge verrà discussa e votata in Parlamento. Le regole precise di questo meccanismo verranno delimitate dai singoli regolamenti di Camera e Senato.

Cosa succede se vince il SÌ? Sale a 150.000 il numero di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, con la garanzia che tale legge venga discussa e votata in Parlamento.

Cosa succede se vince il NO? Il numero di firme rimane 50.000, ma senza il vincolo costituzionale di discussione e voto.

Nella Riforma, vengono aggiunte e modificate alcune regole relative ai referendum.

Innanzitutto, per i referendum abrogativi rimane il limite minimo al 50%+1 degli aventi diritto per rendere valido il voto. Tuttavia, se sono almeno 800.000 gli elettori a richiedere il referendum abrogativo, il quorum si abbassa al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei Deputati. Se i richiedenti sono tra i 500.000 e gli 800.000, rimane la regola del 50%+1 degli aventi diritto.

Facciamo un esempio concreto. Attualmente, sono circa 50 milioni gli italiani che possono votare. Alle ultime elezioni politiche (2013) hanno votato, per la Camera, poco più di 34 milioni di elettori. Se un ipotetico referendum abrogativo venisse richiesto da 800.000 elettori, basterebbero circa 17 milioni di elettori + 1 (il 34% di tutti gli elettori) per rendere valido il referendum.

All’ultimo referendum sulle trivelle hanno votato esattamente 15.806.788 elettori. Se fosse stato richiesto da 800.000 elettori e non dalle Regioni, con poco più un milione di voti il referendum avrebbe superato il quorum.

A parte questo, viene introdotto un nuovo tipo di referendum: il referendum “propositivo” (detto anche “di indirizzo”), attualmente presente solo in Val d’Aosta e nella provincia di Bolzano. Con questo referendum, la popolazione può richiedere al Parlamento di emanare una nuova legge su un tema particolare (è diverso quindi dalla sopracitata legge di iniziativa popolare: quella richiede un testo già fatto e redatto in articoli!). Per capire nel dettaglio come funzionerà, però, serviranno nuove leggi da discutere e approvare in un secondo momento.

Cosa succede se vince il SÌ? Si inseriscono delle modifiche al quorum per i referendum abrogativi, e viene introdotto il referendum propositivo (o “di indirizzo”).

Cosa succede se vince il NO? Rimangono inalterate le regole sui referendum, senza nessuna aggiunta.

La parità di genere nelle Camere e nelle Regioni viene stabilita costituzionalmente: con la Riforma, infatti, viene promosso “l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”.

Questo significa che lo Stato e le Regioni devono avere delle norme appropriate per garantire la parità di genere nei consigli regionali, nella Camera e nel Senato. Quasi certamente, ciò si tradurrà in apposite regole nelle leggi elettorali che consentano l’equilibrio tra uomini e donne.

Per la Camera dei Deputati, esiste già una norma nell’Italicum che prevede la possibilità di esprimere sulla scheda elettorale due preferenze “di genere” dalle liste presentate (se vengono scelte entrambe, devono per forza essere un uomo e una donna). Per le Regioni, servirà una nuova norma.

Cosa succede se vince il SÌ? Diventa obbligatoria, nell’elezione delle Camere e dei Consigli Regionali, la parità di genere.

Cosa succede se vince il NO? Non viene introdotta alcuna quota rosa obbligatoria.

La Corte Costituzionale, ente supremo che vigila sulla Costituzione e sulla sua applicazione, è composta da 15 giudici: 5 eletti dal Presidente della Repubblica, 5 eletti dalla magistratura e 5 eletti dalle Camere in seduta comune.

Con la Riforma, cambia solo che i 5 giudici che oggi sono eletti insieme dalle due Camere vengono eletti separatamente: 3 alla Camera, 2 al Senato.

Inoltre, la Riforma introduce la possibilità di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi elettorali per accertarne la legittimità (questa norma è stata pensata dopo la bocciatura del Porcellum per palese inco- stituzionalità). Per farlo bisogna presentare la legge alla Corte, entro 10 giorni dalla sua approvazione, con un ricorso firmato da almeno 1/3 dei componenti del Senato, o 1/4 della Camera. La Corte ha 30 giorni di tempo per pronunciarsi, e la legge non viene promulgata se viene considerata incostituzionale.

Cosa succede se vince il SÌ? I 5 giudici della Corte vengono eletti separatamente: 3 dalla Camera, 2 dal Senato. La Corte ha, inoltre, la possibilità di giudicare preventivamente la legittimità delle leggi elettorali.

Cosa succede se vince il NO? I 5 giudici della Corte vengono eletti dalle Camere in seduta comune, e non vi è la possibilità di giudicare preventivamente le leggi elettorali.

 

Abbiamo finito!

La Riforma è molto, molto importante. C’è tanta carne al fuoco, digerirla per bene è difficile, ed è ancora peggio se non si riesce a capirla. Lo so, è una faticaccia, ma è essenziale co- noscere per bene tutti i passaggi per votare al Referendum, da bravi cittadini, con coscienza

PREMIO VIVERE A SPRECO ZERO A PADOVA

vivere a spreco zero
Andrea Segrè, Moreno Cedroni e Barbara Degani

 

“In materia di lotta allo spreco alimentare stiamo ottenendo dei risultati oltre ogni nostra più rosea aspettativa. Le campagne di sensibilizzazione che abbiamo avviato stanno raccogliendo i loro frutti: il 45% degli italiani vive lo spreco come un “problema”. Il Progetto REDUCE del Ministero sta avendo una importanza strategica alla pari di questo Premio, come pure l’Educazione Ambientale nelle scuole su cui abbiamo concentrato la nostra attenzione da qualche anno perché riteniamo che sia necessario partire dalla scuola per poter incidere. Anche in questo campo i dati ci confortano la percentuale di chi insegna ai figli a non sprecare, in un anno è passato dal 62% al 78%, indice di un’attenzione cresciuta che si vuole tramandare come bagaglio ‘culturale’ alle prossime generazioni. Ma in materia di spreco il dato al quale dobbiamo prestare maggiore attenzione è quello domestico che rappresenta il 75% circa dello spreco di cibo complessivo, che ha un valore intorno all’1% del Pil italiano. Dobbiamo cominciare a guardare di più il frigo di casa nostra e in maniera sempre più consapevole”.

Vincitore dell’Aperitivo Spreco Zero Luca Cogo del Gran Caffè Diemme Piazza dei Signori Padova

 

LA CONFERENZA NAZIONALE DELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE

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BARBARA DEGANI, LICIA COLO’ E TESSA GELISIO

 

IL MESSAGGIO DEL PAPA

In Occasione della seconda Conferenza Nazionale dell’educazione all’ambiente promossa dal Ministero dell’Ambiente il Santo Padre Francesco rivolge agli organizzatori ai relatori ed ai presenti tutti il Suo beneaugurante pensiero esprimendo apprezzamento per il significativo evento volto a favorire una autentica sensibilità ecologica. Specialmente tra le giovani generazioni il Papa auspica che l’iniziativa susciti un rinnovato impegno nel riconoscere e preservare la Bellezza del Creato, dono incomparabile di DIO. Egli accompagna tali voti con la preghiera e l’invocazione di copiosi lumi celesti.

CARDINALE PIERO PAROLIN SEGRETARIO DI STATO DI SUA SANTITA’

I 12 TAVOLI DELL’EDUCAZIONE AMBENTALE

EDUCAZIONE AMBIENTALE

 

La sfida ambientale non è più eludibile per le future generazioni.

La nostra è un’epoca che impone al mondo intero un deciso cambio di rotta, scelte lontane dal modello produttivo tradizionale, dirette verso un nuovo modello di economia che rispetti l’ambiente, orientate ad una società che sappia creare ricchezza e benessere con il riutilizzo dei prodotti e la rigenerazione delle risorse del nostro Pianeta.

Per realizzare questo modello di sviluppo sostenibile è dunque necessario modificare profondamente mentalità e stili di vita e questo vale per le istituzioni come per le imprese e le singole persone.

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I TAVOLI DELL’EDUCAZIONE AMBIENTALE

Per questo, si ritiene necessario educare tutti noi cittadini italiani e i nostri figli alla sostenibilità, attivando processi virtuosi di cambiamento complessivo dei comportamenti. Perché queste  azioni abbiano successo non si può prescindere dalle realtà territoriali, motivo per il quale nell’organizzazione dei tavoli sono stati chiamati proprio coloro che operano nei territori, portando ciascuno la propria specificità. Essi infatti devono diventare parte attiva di questi processi di costruzione del sapere, arrivando a costruire nuovi paradigmi comuni, condivisi e sperimentati sull’ambiente.

Per far ciò, è prioritario valorizzare e mettere a sistema le numerose ed eccellenti esperienze di educazione allo sviluppo sostenibile, realizzate negli ultimi anni a livello locale da diversi e qualificati attori. Fondamentale è il ruolo delle Amministrazioni centrali nell’indicare i princìpi guida e le priorità tematiche globali da declinare nei contesti in cui si agisce ed esercitare una regia in materia di Educazione allo sviluppo sostenibile, non solo indicando la strada da seguire, ma costruendo insieme nuovi percorsi del sapere e nuovi modelli educativi.

UN OSSERVATORIO PER I SITI UNESCO

DEAGNI OSSERVATORIO UNESCO
DARIO FRANCESCHINI E BARBARA DEGANI

 

I riconoscimenti internazionali UNESCO sono, per il Mini, un argomento di particolare impegno e responsabilità e rappresentano il continuum di un lavoro costante, efficace nel tempo e di confronto inter istituzionale, volto alla salvaguardia e alla promozione delle risorse ambientali e culturali che valorizzano i territori del sistema delle aree protette italiane.

Sono la prova della validità delle scelte ambientali e gestionali prese e del buon esito dell’impegno di cooperazione di persone e soggetti che hanno saputo trovare punti di confronto e condivisione di obiettivi attorno a questo progetto.

I territori che possono ricadere nei tre riconoscimenti UNESCO (Patrimonio Mondiale, Programma Uomo e Natura, e Geoparchi) per le loro eccellenze naturali e culturali sono spesso interconnessi tra di loro. E’ frequente che siti che hanno ricevuto uno di questi riconoscimenti hanno anche, nel tempo, declinato le eccellenze peculiari dei propri territori, e pertanto sono stati valutati positivamente negli altri riconoscimenti. Ne è un esempio il Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e alburni, prima designato quale Riserva della Biosfera del Programma MaB nel 1997, poi inserito l’anno successivo nella Lista del Patrimonio Mondiale per i criteri culturali ed infine, nel 2010, riconosciuto come Geoparco.

Voglio ricordare i 4 siti del nostro Paese iscritti alla Lista del Patrimonio Mondiale per i criteri naturali: “Isole Eolie”, “Monte San Giorgio” (sito transfrontaliero paleontologico di responsabilità del MiBACT), “Le Dolomiti”, e “Monte Etna”.

Sono due, inoltre, le candidature attualmente in fase di valutazione da parte dell’UNESCO: “Faggete vetuste” (sito seriale transnazionale) e il “Parco Nazionale della Sila”.

In una visione più ampia si può affermare come il patrimonio naturale nazionale sia parte integrante della componente culturale e sociale e come l’interazione tra uomo e natura va necessariamente declinata in una prospettiva intergenerazionale attraverso una conservazione delle “risorse naturali”, viste nel senso più ampio possibile, che si integri nei processi di valorizzazione e di sviluppo socioeconomico delle comunità come raccomandato, ormai da qualche anno, in tutti i documenti internazionali dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa.

In questo senso, il MATTM considera di grande rilevanza l’iniziativa di istituire un Osservatorio per i siti UNESCO che si pone come ulteriore stimolo per gli enti territoriali (istituzionali e non) alla cooperazione, anche a livello internazionale, in vista dell’impegno assunto per il perseguimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 promossi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e sottoscritti dal nostro Paese.

D’altra parte il nostro Paese  ha, con il sostegno di tutti gli Stati membri, elaborato la “Carta di Roma sul Capitale Naturale e Culturale”. Si tratta di un documento che punta a coniugare la necessaria conservazione dell’ambiente con il rilancio di una economia verde, identificando come centrale lo sviluppo di conoscenze, di investimenti sostenibili e di lavori “green” basati sulle interconnessioni tra Capitale Naturale e Capitale Culturale.

In tal senso la cornice dei riconoscimenti Unesco coadiuva ancora di più questa linea strategica di politiche di settore e per questo motivo l’iniziativa di  istituzione di un osservatorio Unesco può contribuire a migliorare l’efficacia e le sinergia tra diversi strumenti idonei a tutela il capitale naturale e culturale del Paese

 

 

 

4 NOVEMBRE FESTA UNITA’ NAZIONALE E FORZE ARMATE

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IN UNO SCENARIO INTERNAZIONALE MUTEVOLE E DIFFICILE DOVE L’ITALIA SI IMPEGNA AL MASSIMO PER LA PACE E LA GIUSTIZIA

L’ESEMPIO MIGLIORE VIENE DAGLI OPERATORI DELLE FORZE DELL’ORDINE, DAI RAPPRESENTANTI DELLO STATO NELLE SUE ARTICOLAZIONI, DAI VOLONTARI DI PROTEZIONE CIVILE.

QUESTI SONO I FULGIDI ESEMPI DELLE CIVICHE VIRTU REPUBBLICANE A CUI RIVOLGERE LO SGUARDO PER AVERE QUEI PUNTI DI RIFERIMENTO ESSENZIALI PER UNA COMUNITA’ NAZIONALE

DOBBIAMO MIGLIORARE IL NOSTRO MODO DI ESSERE STATO, SEMPLIFICARE L’AZIONE AMMINISTRATIVA, RIFORMARE, VELOCIZZARE PER ESSERE COMPETITIVI IN EUROPA E NEL MONDO, E POSSIAMO FARLO, ORA   

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SOPRATTUTO DOBBIAMO IMPARARE AD AMARE L’ITALIA RISPETTANDO E VALORIZZANDO NELLE LORO SPECIFICITA’ LE COMUNITA’ LOCALI E I TERRITORI CHE LA COMPONGONO E ARRICCHISCONO DI TRADIZIONE, CULTURA, LAVORO.

MA LA NOSTRA STELLA POLARE SARA’ SEMPRE QUELL’ETICA DELLA RESPONSABILITA’ SU CUI E’ STATA FONDATA E CONTINUERA’ A PROSPERARE LA NOSTRA REPUBBLICA.

VIVA LE FORZE ARMATE, VIVA LA REPUBBLICA, VIVA L’ITALIA, VIVA LA COSTITUZIONE.

 

 

CASA COREPLA A SARMEOLA DI RUBANO

CASA COREPLA

 

“Come si assiste oggi nell’esperienza del laboratorio didattico di Casa Corepla la “casa” può essere il luogo fisico dove educare le future generazioni a stili di vita corretti e rispettosi dell’ambiente nonché a sperimentare a capire che quelli che fino a ieri venivano considerati rifiuti oggi diventano risorse alle quali dare nuova vita attraverso il loro riconoscimento, la successiva separazione e il conferimento corretto al servizio di raccolta differenziata. L’educazione è pertanto un aspetto fondamentale in questa virtuosa transizione verso modelli “circolari” e, sulla base di questa convinzione, ho lavorato sin dal primo giorno del mio insediamento al Ministero dell’Ambiente impegnata sul tema dell’educazione ambientale”. Aggiunge inoltre  Degani: “la sfida si vince se si lavora sulla cultura e sull’educazione ambientale, partendo dalle scuole e dalle famiglie per costruire una nuova cittadinanza attiva e partecipe ai processi ambientali”.

ECOREATI: BILANCIO AD UN ANNO DALLA LEGGE

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COSIMO FERRI E BARBARA DEGANI

 

Con la legge sugli ecoreati è stata ridisegnata la tutela penale dell’ambiente attraverso l’inserimento di specifici delitti nel Codice penale.

Numerosi sono gli elementi di novità oltre a profili problematici per le imprese soprattutto per quanto concerne la previsione della punibilità anche a titolo di colpa per i delitti di inquinamento e disastro ambientale.

Scopo del Convegno è quello di fare una riflessione, a distanza di un anno e mezzo dall’entrata in vigore della legge 68/2015, su come le nuove ipotesi di reato stanno agendo e quali sono le problematiche vissute dalle procure, dagli enti pubblici e dalle imprese.

DEGANI E MOKONYANE UN ACCORDO PER L’ACQUA IN SUD AFRICA

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JOHANNESBURG 18 OTTOBRE 2016

“L’Italia è impegnata ad affrontare le problematiche prioritarie per i Paesi dell’Africa Sub-sahariana, riconoscendo che l’emergenza siccità e alluvioni sono tra le principali criticità che deve affrontare il Continente. La mancanza di acqua vuole dire infatti, insicurezza alimentare, pressione sulle risorse ambientali e maggiore vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Riconosce in tal senso, il ruolo strategico del Sudafrica quale paese cruciale nel contesto dell’Africa Australe per il suo impegno a garantire il diritto all’approvvigionamento idrico. Il Sud Africa rappresenta per l’Italia un’importante opportunità per lo scambio di expertise e di know how nell’ambito della gestione delle risorse idriche. Nello specifico, il sistema italiano offre delle eccellenze in termini di ricerca ed innovazione tecnologica sul trattamento delle acque, sistemi sanitari, conservazione e gestione sostenibile e integrata delle acque, incluso il riutilizzo delle acque reflue per il recupero di materie ed energia.

Il Protocollo d’Intesa rappresenta lo strumento utile a rafforzare il contributo del “Sistema Italia” nella lotta all’emergenza idrica, attraverso la promozione di un approccio integrato alla gestione dell’acqua. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso adeguate attività di capacity building, progetti pilota, trasferimento tecnologico e assistenza tecnica. Il Ministro Mokonyane ha espresso in maniera forte e convinta l’intendimento che la formazione che l’Italia porrà in essere dovrà essere indirizzata principalmente alle donne e i ai giovani sud africani e si farà promotrice di specifici scambi di giovani studenti per raggiungere questo importante obiettivo.

Sono felice della firma di questo Protocollo d’Intesa perché sono certa che comincerà a dare frutti concreti a breve grazie anche al lavoro che già nei prossimi giorni verrà messo a punto dai nostri tecnici coordinati dal Direttore Francesco La Camera che lavoreranno a stretto contatto con la direzione del Ministero dell’Acqua  e dell’Igiene Sud Africano”.

OPEN INNOVATION DAYS A PADOVA

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Stiamo vivendo un momento storico epocale e sono contenta questa sera poter condividere con voi alcune riflessioni importanti sulla strada che abbiamo tracciato e la direzione che stiamo percorrendo.

Voglio partire da Parigi.

L’Accordo sul clima sottoscritto lo scorso dicembre nella capitale francese è destinato a rappresentare uno spartiacque nel percorso dello sviluppo socio-economico dell’umanità.

Sono convinta che ciò che è accaduto nella capitale francese sia destinato a modificare in maniera decisiva e definitiva meccanismi ed equilibri mondiali. E chi prima si renderà conto appieno del nuovo ciclo epocale che si è aperto, più e meglio degli altri potrà cogliere le enormi opportunità che il nuovo sviluppo, lo sviluppo sostenibile, il mondo de-carbonizzato, offrirà all’economia, alle imprese, al mondo del lavoro anche attraverso il mondo della ricerca e delle università.

Opportunità a dire il vero che sono già attuali.

Studi sulla green economy confermano un trend che si è affermato negli ultimi anni; infatti gli investimenti in energie rinnovabili a livello globale nel 2015 hanno stabilito un nuovo record. Sono stati spesi 329 miliardi di dollari per impianti di energia pulita con una crescita del 4% rispetto al 2014.

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I TAVOLI DELLA RAGIONE

Un trend che il sistema imprenditoriale italiano ed europeo deve intercettare e nel quale deve essere autorevole player.

Con Parigi si è sancita una visione solidale che assegna ai paesi più ricchi l’onere di contribuire allo sviluppo sostenibile dei paesi poveri, con risorse per l’adattamento dei territori più vulnerabili agli eventi estremi, con il trasferimento di tecnologie per consentire, in primo luogo in campo energetico, uno sviluppo sociale ed economico svincolato dall’uso dei combustibili fossili.

Questo è lo snodo economico fondamentale dell’intesa di Parigi. proprio perché innesca miliardi di dollari di investimenti all’anno.

La partita si gioca soprattutto nei paesi depressi, in Africa e soprattutto in Asia, sfruttando le tecnologie e le risorse occidentali ed europee in particolare.

Il percorso che 195 paesi del mondo hanno delineato a Parigi è una sorta di doppio binario: da un lato vanno ridotte le emissioni, dall’altro va costruito un modello di sviluppo senza le emissioni.

Per garantire tutto ciò è importante il costante supporto del mondo scientifico, che, nel quadro di una rinnovata visione di crescita e nel quadro dei principi di sostenibilità, possa favorire lo sviluppo e l’implementazione di collegamenti tra territorio e imprese nonché di eco-innovazione direttamente nelle