GIORNATA NAZIONALE DEL RISPARMIO ENERGETICO, UNA PROPOSTA IMPORTANTE PER L’AMBIENTE

conferensta stampa m'illumino di meno

È bello quando lavorando insieme si ottengono risultati importanti. Oggi, nella Sala Stampa di Montecitorio, abbiamo presentato la proposta di legge, a firma Braga e D’Ottavio, per l’istituzione della “Giornata nazionale del risparmio energetico”, un passo importante nella direzione della sensibilizzazione dei cittadini rispetto ad un tema molto delicato ed importante.

Ce lo insegna la recente esperienza della Giornata nazionale contro lo spreco alimentare,  fortemente voluta dal nostro Ministero, che abbiamo appena celebrato il 5 febbraio e che ogni anno ci consegna risultati sorprendenti in tema di consapevolezza e di maturazione nei comportamenti da parte della popolazione italiana. Noi ci occupiamo di educazione ambientale e lo facciamo nelle scuole, ma fuori dalle scuole gli strumenti che abbiamo per diffondere una cultura responsabile e sostenibile non sono molti. Ecco che l’istituzione delle giornate su temi molto delicati ci aiuta per l’interesse dei media e la diffusione nel territorio di eventi legati al tema della giornata.

I mezzi di comunicazione di massa sono in grado di veicolare i messaggi giusti per arrivare al grande pubblico, riuscendo a rendere i cittadini più consapevoli dei problemi e inclini all’azione, al fine di modificare i singoli comportamenti quotidiani nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale. Perché quello che ognuno di noi può fare nel suo piccolo per ridurre gli sprechi è molto rilevante, soprattutto oggi che l’inquinamento dell’aria, provocato principalmente dai gas di scarico di mezzi di trasporto, impianti di riscaldamento ed impianti industriali, ha raggiunto livelli insostenibili e richiede interventi incisivi e duraturi.

La celebrazione di questa giornata il 24 Febbraio sta a sottolineare che l’unione tra istituzioni e mezzi di comunicazione (in questo caso parliamo di servizio pubblico) è vincente: il varo di questa legge diventa l’istituzionalizzazione di un’iniziativa meritoria come M’Illumino di meno, che da 13 anni il programma di Radio Due Caterpillar, porta avanti coinvolgendo milioni di persone e moltissimi enti pubblici, in Italia e all’estero (e che è riuscita a far spegnere le luci della Torre Eiffel, del Quirinale e del Parlamento europeo di Strasburgo). Grazie al loro impegno in tutta Italia si è innescata una gara virtuosa tra amministrazioni e non solo per chi attua le migliori pratiche anti spreco.

 

PROPOSTA DI LEGGE PER LA “GIORNATA NAZIONALE DEL RISPARMIO ENERGETICO E DEGLI STILI DI VITA SOSTENIBILI”. MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO LA CONFERENZA STAMPA A ROMA.

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Pochi giorni fa, la Commissione UE ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia e altri Paesi dell’Unione per valori troppo alti di inquinamento da biossido di azoto registrati nell’aria, soprattutto nei grandi centri urbani.
Affrontare questo problema non è facile e i tempi della sua risoluzione saranno necessariamente medio-lunghi, così come ribadito anche dal ministro Galletti.  Politiche nazionali inerenti la gestione dei trasporti, le emissioni delle industrie e l’efficienza energetica degli edifici possono certamente attivare un cambiamento positivo. Tuttavia, senza la partecipazione di ciascuno di noi il cambiamento auspicato è destinato a rimanere solo parziale.

Ecco che, allora, per sensibilizzare i cittadini ad orientare i propri comportamenti nella direzione di una riduzione delle emissioni inquinanti, arriva una proposta di legge per l’istituzione della ‘Giornata nazionale del Risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili’ che presenteremo mercoledì 22 febbraio nella sala stampa della Camera dei Deputati, assieme agli onorevoli Chiara Braga e Umberto D’Ottavio, e Massimo Cirri e Sara Zambotti, conduttori della famosa trasmissione di RadioRAI Caterpillar, da sempre impegnata sui temi del risparmio energetico con l’iniziativa M’Illumino di meno.

VIETATO SPRECARE, IL SENSO DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’EFFICIENZA ENERGETICA

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Il 16 febbraio del 2005, con la firma della Russia (55° stato a ratificare), entrava in vigore il protocollo di Kyoto, a cui è legata la Giornata internazionale per l’efficienza energetica che simbolicamente si intende celebrare oggi. Purtroppo, il tempo ha sancito l’inefficacia di questo protocollo, che avrebbe dovuto andare a regime proprio mentre il mondo era alle prese con la più grave crisi economica da quella del ’29.

Mai come oggi, tuttavia, dobbiamo porre nell’agenda politica e culturale globale il tema del cambiamento climatico e, quindi, dei rimedi per contrastarlo. Lo storico accordo di Parigi, il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale adottato da 195 paesi, deve essere la cornice normativa concreta entro cui ripensare, come cittadini del mondo, i nostri comportamenti quotidiani in un’ottica di sostenibilità.

Per salvare il mondo dal disastro di un riscaldamento superiore ai 2 gradi centigradi, occorre che ognuno faccia la propria parte, ponendo attenzione alle conseguenze delle azioni di tutti i giorni: andare al lavoro, mangiare, accendere le luci, buttare la spazzatura, regolare il termostato in casa e in ufficio.
Basta davvero poco per non sprecare energia.

INAUGURAZIONE DEL 795° ANNO ACCADEMICO DEL BO

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Universa Universis Patavina Libertas: tutta intera, per tutti, la libertà nell’Università di Padova.

E’ bello oggi, in occasione dell’inaugurazione del 795° anno accademico del Bo, ricordare il motto della nostra università, che risale al 1222 e che ci ricorda il valore della libertà di pensiero e di opinione, emblema dell’Ateneo fin dalla sua origine, fin da quando alcuni studenti e docenti della sede universitaria di Bologna, il cui Comune svolgeva sempre più frequentemente controlli e pressioni ritenute indebite, si trasferirono a Padova per dar vita ad un nuovo centro di cultura e ricerca.

Da allora il prestigio dell’Ateneo è sempre stato altissimo e riconosciuto a livello internazionale. Anche oggi dobbiamo essere felici delle nostre molte eccellenze nel campo del sapere, eccellenze raggiunte nonostante i tanti problemi che affliggono la ricerca e che sono stati evidenziati da un appello lanciato due giorni fa dai rettori e dai direttori degli enti di ricerca italiani: dal 2008 ad oggi la ricerca italiana ha perso un miliardo di fondi e 10.000 ricercatori; l’investimento nel settore è pari ad appena l’1,3% del Pil, contro la media Ue del 2%, del 2,8% negli Usa e del 2,9% in Germania. A dispetto di queste cifre, la produzione scientifica nazionale resta alta e di buona qualità, segno che l’impegno profuso da chi fa ricerca in Italia è molto alto così come le competenze e le professionalità.

Per contenere la fuga dei cervelli ed essere competitivi, attraverso l’innovazione e la conoscenza, occorre però tornare ad investire in questo settore, sostenendo i più meritevoli e dando la possibilità ai giovani che vogliono fare ricerca di restare in Italia, per il bene di tutta la comunità, facendo della ricerca pubblica un volano di sviluppo socio-economico, oltre che scientifico e culturale.

23 MILIONI DI EURO IN VENETO PER LA BONIFICA DEL FRATTA GORZONE

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Con la firma a Venezia dell’accordo di programma quadro ‘Tutela delle acque e gestione integrata delle risorse idriche’ si “sbloccano”, come promesso dal Governo, i 23 milioni di euro per il risanamento ambientale del bacino del Fratta Gorzone. L’accordo consente inoltre di programmare gli 80 milioni di euro sui pfas attraverso uno specifico accordo integrativo al patto siglato oggi.

Entro 30 giorni -è la condizione che è stata posta dal Ministero dell’Ambiente per la firma- dovrà essere definito un programma preliminare di interventi. Praticamente a partire dai prossimi giorni la Regione dovrà proporre al Ministero un programma composto da “schede intervento” in cui sia specificato l’intervento con una sua descrizione, il costo previsto, il cronoprogramma e il beneficiario. Il Ministero poi valuterà tale programma con la possibilità di intervenire per migliorarlo, nel caso in cui gli interventi non siano ritenuti idonei al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo. Tale istruttoria dovrà concludersi entro trenta giorni.

I 23 milioni di euro sono così ripartiti: 13 milioni di euro per il miglioramento della qualità dei corpi idrici e quindi per il trattamento acque, e 10 milioni di euro per il trattamento fanghi, da impegnare entro 6 mesi.

Si tratta di un grande passo avanti per rendere più sicura un’area che da anni è soggetta ad un forte inquinamento e ad una preoccupante contaminazione delle acque. I fondi stanziati permetteranno di assicurare un’azione incisiva di bonifica, nell’interesse dell’ambiente e soprattutto della salute dei cittadini.

IMPORTANTE LA VALUTAZIONE OBIETTIVA DELL’IMPATTO AMBIENTALE DELLE AZIENDE, PER PREMIARE LE PIU’ VIRTUOSE

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Il mio intervento di ieri a Roma, presso la Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, dove si è discusso di impronta ecologica e crescita economica, assieme a relatori di alto profilo come Francesco Confuorti (Advantage Financial),  Pierre André Chiappori (Columbia University), Enrico Giovannini (Università di Roma “Tor Vergata”), Stefano Marguccio (Consigliere Diplomatico Ministro dell’Ambiente), Federico Fubini (Corriere della Sera), Emanuele Santi (African Development Bank), Carole Kariuki (Kenya Private Sector Alliance), Alberto Baban (Presidente, Piccola Industria Confindustria).

 

E’ un piacere per me essere qui ad aprire questo interessante Forum dedicato ad un tema che mi sta particolarmente a cuore: il ruolo dell’attenzione all’ambiente nello sviluppo economico, che lega le attività delle imprese alla sostenibilità e alla crescita tout court.
Un legame che fino a non molti anni fa, in un clima di pensiero industrialista e negazionista, sarebbe potuto apparire “assurdo” e incomprensibile. E che oggi, invece, appare lampante nella sua necessaria evidenza.

Dimostrazione di questa mia affermazione è il grande successo del programma nazionale sull’impronta ambientale che è nato come progetto pilota del Ministero nel 2012 per sperimentare su vasta scala le metodologie di misurazione delle prestazioni ambientali legate alle attività produttive, attuato su base volontaria attraverso specifici accordi.

Il progetto del Ministero dell’Ambiente coinvolge oggi più di 200 soggetti tra aziende, università ed enti locali e punta a sostenere e valorizzare l’attuazione di tecnologie a basse emissioni, le migliori pratiche nei processi di produzione e nell’intero ciclo di vita dei prodotti e servizi in coerenza con le indicazioni dei summit di Parigi e Marrakech che hanno evidenziato la necessità di migliorare le produzioni in termini di impatto sull’ambiente.
Gli accordi volontari sottoscritti dal Ministero dell’Ambiente prevedono l’impegno da parte delle aziende firmatarie, a condurre l’analisi e la contabilizzazione delle emissioni di CO2 equivalenti, prodotte nel ciclo di vita dei prodotti o servizi, al fine di una loro riduzione attraverso misure di efficientamento.

Ormai si sta sempre più consolidando sia nella comunità degli studiosi di economia che nell’opinione pubblica, l’idea che non può esistere una crescita che non tenga conto e non sia accompagnata da una piena sostenibilità ambientale.
Troppo grande è infatti il rischio che l’attività umana alteri in maniera irreversibile il clima e gli ecosistemi, provocando uno stravolgimento del mondo così come lo conosciamo.

Nel settembre 2015 è stata sottoscritta l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.
Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – per affrontare e risolvere questioni importanti come la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni.

Non credo sia inutile, per rafforzare il mio ragionamento, citare le parole del Santo Padre, contenute nell’enciclica Laudato Si’, sulla cura della casa comune: “Siamo cresciuti credendoci autorizzati a saccheggiare il pianeta. La crisi ambientale è crisi antropologica ed è legata al modello di sviluppo: bisogna eliminare le cause strutturali di un’economia che non rispetta l’uomo”.
Per fortuna, tuttavia, sta crescendo una vasta consapevolezza in merito a questi gravi pericoli, che potrebbero mettere a rischio la vita di molte comunità umane sulla Terra.

In questo quadro, nuove cornici teoriche, come quella dell’economica circolare, rappresentano risorse importanti che possono -e anzi devono- stimolare gli sforzi della politica, dell’impresa e del mondo della ricerca nel realizzare sistemi che non creino rifiuti e non sprechino energia inutilmente ma che sappiano utilizzare le risorse in maniera ottimale, creando circoli virtuosi anche al fine di garantire le stesse opportunità alle generazioni future.

Con il collegato ambientale, la finanziaria verde, abbiamo imposto l’obbligo di inserire i Criteri Ambientali  Minimi nei disciplinari di gara per la realizzazione di opere o per la fornitura di beni e/o servizi con lo scopo di favorire e incentivare lo sviluppo di un mercato di prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale attraverso la leva della domanda pubblica.

Il progresso tecnologico ci può certamente aiutare, ma è necessario che assieme ad esso cresca una cultura della sobrietà e della scelta consapevole. Il mercato, o per meglio dire i consumatori, attraverso le loro scelte di acquisto, sono in grado, già oggi, di trasformare gli sforzi delle aziende che operano responsabilmente da un punto di vista ambientale e sociale in variabili competitive. Tali asset, per poter essere riconosciuti dal mercato come tali, hanno bisogno però di essere valutati e riconosciuti da professionisti esperti e imparziali, che basino i propri pareri su metodi di analisi universalmente assodati.

E’ importante, quindi, sostenere l’impegno di realtà come la Advantage Financial che applicano il proprio sapere allo studio di idonee metodologie di valutazione della sostenibilità ambientale-sociale per le imprese. In questo modo, rendono possibile identificare il rating ambientale di ogni singola azienda, riducendo la complessità e la multidimensionalità delle variabili ambientali e sociali a un unico indicatore. Tale indicatore è rilevante ai fini delle condizioni di erogazione del credito e per la valutazione delle aziende, quindi sia per gli istituti di credito che devono decidere se concedere o meno finanziamenti che per i consumatori, i quali possono utilizzare tali informazioni per meglio orientare le proprie scelte di acquisto.

È giusto, infatti, che alle aziende che investono responsabilmente in azioni e strumenti che riducono il proprio impatto ambientale siano riconosciuti tali sforzi, e che ai consumatori siano forniti gli strumenti informativi per poter scegliere. Tutto ciò che va in questa direzione va sostenuto, stimolato e guidato anche dal legislatore e dai decisori politici.

D’altronde l’attualità dei temi in questione è testimoniata dai due prossimi appuntamenti che fanno parte del G7 Ambiente del 2017: il meeting sulla fiscalità ecologica che si terrà a Roma il 14 e 15 marzo e la conferenza pubblica del 5-6 aprile, a Venezia, sulla finanza “green” per le PMI.
Conscia dell’importanza del tema, auguro, quindi, un buon lavoro a tutti i relatori affinché da questo incontro possano nascere riflessioni utili a migliorare le nostre conoscenze in materia di sviluppo sostenibile, di competitività e di valutazione dell’impatto che le imprese hanno sull’ambiente.
Buon lavoro a tutti.

IL TEMA DELLO SPRECO ALIMENTARE AL CENTRO DELLA MOSTRA FOTOGRAFICA DI EATALY

scarsità-spreco

“Scarsità-Spreco” è il titolo della mostra fotografica promossa dal Syngenta Photography Award che, dopo aver girato mezzo mondo, ieri è approdata a Roma, nella sede di Eataly.

Si tratta di una raccolta di immagini scattate da diversi autori, impegnati nella stessa attività di ricerca artistica e sociale sul tema del cibo. Una risorsa che per alcuni è ancora insufficiente mentre per altri costituisce un elemento cardine di uno stile di vita basato sull’abbondanza e sullo spreco.

La consapevolezza di questa contraddizione è il primo passo affinché i progetti che vanno avanti, anche grazie al supporto delle istituzioni, contro lo spreco alimentare vengano sostenuti dai cittadini. Ho partecipato quindi all’imaugurazione della mostra, convinta che sia sempre più importante accendere le luci su questo tema, per il quale il mio impegno istituzionale è sempre stato massimo.

PERCHE’ VOTARE SI’ AL REFERENDUM DOMENICA 4

insieme si cambia

Il 4 Dicembre si andrà a votare per un referendum confermativo sulla riforma costituzionale. La legge in questione è complessa, difficile da districare e piena di argomenti importanti, sui quali però non si ha sempre competenza o capacità di comprensione. D’altronde non siamo tutti costituzionalisti o avvocati, e non siamo sempre in grado di capire le implicazioni immediate e future di una riforma così immensa e, per certi versi, epocale.

Per cercare quindi di arginare la confusione e fornire a tutti la possibilità di capire chiaramente la Riforma, vorremmo cercare di spiegare il contenuto del Referendum nella maniera più semplice e immediata possibile, in modo che anche un bambino di 4 anni possa capirla. Cerche- remo di volta in volta di spiegare i contenuti e le ragioni dietro questa Riforma, e cosa succede se vincerà il “SÌ” oppure il “NO”.

Siccome è molto lunga, abbiamo suddiviso la spiegazione della Riforma in diverse parti a seconda dei temi, così da agevolare la lettura. Non abbiamo la pretesa di illustrare la Riforma nei dettagli, ma ci concentreremo su tutto ciò che riteniamo sia essenziale e importante.
Tenete bene a mente che si vota con un SÌ o con un NO a TUTTA la Riforma in blocco, e non si votano le parti singolarmente.

COSA ANDIAMO A VOTARE?

Il referendum deciderà, con un semplice SÌ o NO, se siamo a favore o contrari alla riforma co- stituzionale detta anche “Riforma del Senato” nonostante sia sbagliato definirla solo “del Senato” visto che, come vedremo, contiene tantissime altre cose.

La Riforma è stata approvata perché ha passato tutti gli iter previsti dalla legge. Tuttavia, entrerà in vigore soltanto se vincerà il Sì al referendum. D’altronde, trattandosi dell’impianto strutturale delle Camere dello Stato, chiedere l’approvazione o la bocciatura popolare è il minimo indispensabile in una democrazia che si definisce tale.

Il Referendum è senza quorum, quindi avrà valore anche se andassimo a votare in quattro gatti.

VA BENE, MA IO VOGLIO MANDARE A CASA RENZI!

Il Referendum NON decide se il Governo attuale sopravvive o meno.
Non c’è nessun vincolo di legge che impone al Primo Ministro di dimettersi in caso di vittoria del NO.

Non si può far decadere Renzi con questa votazione.

Anche se Renzi decidesse di dimettersi in caso di vittoria del NO, non saremmo comunque andati a votare contro di lui o contro il suo Governo.

Questa confusione deriva dal fatto che sia Renzi che l’Opposizione hanno concentrato tutto il dibattito sull’esistenza futura del Governo e non sui contenuti della Riforma, dando così l’illusione al cittadino-elettore di poter decidere “di mandare a casa Renzi”.

Il pezzo grosso della Riforma riguarda la distruzione del tanto odiato Bicameralismo Perfetto. Ma cosa vuol dire?

In Italia, dal 1948 ad oggi, abbiamo sempre avuto due Camere: la Camera dei Deputati (“Camera”) e il Senato della Repubblica (“Senato”). Entrambe vengono elette direttamente dai cittadini.
In ognuna di esse, Deputati e Senatori proponevano, discutevano e votavano le leggi che poi, una volta concluso tutto il percorso, diventavano Leggi della Repubblica Italiana.

Alla Camera vi sono 630 deputati, al Senato 315 senatori. Il problema è che non c’è assolutamente differenza nei poteri delle singole Camere e l’iter di approvazione delle leggi. Questo significa che i tempi si raddoppiano, perché le leggi devono passare il vaglio di Camera e Senato, che non differiscono nei poteri e quindi virtualmente “non aggiungono qualità” al lavoro svolto. In sostanza, si devono “fare le cose due volte” senza una valida ragione.

Pressoché tutti i maggiori costituzionalisti sono d’accordo sull’idea che bisogna eliminare il sistema del Bicameralismo Perfetto. Ci sono, però, diverse opinioni su come bisognerebbe riformarlo. Quasi tutti pro- pendono a lasciare inalterata la Camera, e modificare strutturalmente il Senato: chi vuole eliminarlo, chi vuole un Senato debole, chi vuole un modello tedesco, chi un modello inglese, chi un modello americano…

Il compromesso, in Parlamento, è stato raggiunto col cosiddetto “Senato dei 100”, che descriverò meglio nel prossimo paragrafo.

Cosa succede se vince il SÌ? Addio Bicameralismo Perfetto: avremo un Parlamento composto dalla Camera (630 deputati, uguale a quella attuale) e il Senato dei 100.

Cosa succede se vince il NO? Manteniamo il Bicameralismo Perfetto esattamente com’è.

Detto anche “Nuovo Senato”, “Senato delle Regioni” o “L’Isola dei Famosi”, il Senato dei 100 è il nuovo impianto che andrà a sostituire l’attuale Senato della Repubblica. Viene chiamato così perché, appunto, sarà composto da 100 senatori, invece degli attuali 315.

Attualmente, quando andiamo a votare per il Parlamento, votiamo nello stesso momento sia deputati che i senatori. I 100 nuovi senatori, invece, saranno composti da 95 tra consiglieri regionali e sindaci, e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Gli ex-Presidenti della Repubblica saranno in automatico senatori a vita (come già avviene).

La filosofia dietro la Riforma è quella di creare un Senato che funzioni principalmente da “raccordo” tra il Territorio e lo Stato centrale. Questo si vede bene sia nelle persone che lo compongono, sia nelle sue funzioni.

Questo Senato ha un sacco di poteri diversi e complicati, e non c’è modo di riportarli tutti senza ricopiare tutta la legge per intero. Vediamo però quali sono le parti più importanti:

COSA IL NUOVO SENATO POTRA’ FARE

  • Il Senato ha piena competenza legislativa (cioè discute, approva e vota insieme alla Camera) su tutte le leggi che riguardano i rapporti tra Stato, Unione Europea e territorio, oltre che su leggi costituzionali, revisioni della Costituzione, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali, leggi sulla Pubblica Amministrazione, leggi su organidi Governo, sulle funzioni specifiche di Comuni e Città Metropolitane.
  • Per il resto, può decidere, entro 30 giorni e su richiesta di 1/3 dei suoi componenti, di chiedere alla Camera dimodificare una legge. La Camera può decidere di ignorare queste modifiche e votare il disegno di legge senzaascoltare il Senato.
  • Però, sulle leggi di bilancio o su leggi riguardanti competenze che vengono assegnate esclusivamente alleRegioni, la Camera può bypassare le modifiche del Senato solo con un voto a maggioranza assoluta.
  • Il Senato non è però del tutto insignificante: con voto a maggioranza assoluta, può proporre alla Camera didiscutere e votare delle leggi proposte dai suoi senatori.

COSA IL NUOVO SENATO NON POTRA’ FARE:

  • Oltre a quanto già detto sopra, il nuovo Senato non voterà più la fiducia al Governo.
  • Inoltre, non delibererà più lo stato di guerra e non avrà competenze su leggi riguardanti amnistia e indulti.
  • Non avrà competenza nemmeno su leggi che ratificano trattati internazionali, tranne quelle che riguardano lapermanenza o meno dell’Italia nell’Unione Europea.
  • Rimane però una domanda: come vengono eletti quei famigerati 95 senatori? Verrà spiegato per bene nel paragrafo 3b.Cosa succede se vince il SÌ? Il Senato dei 100 (95+5) diventa il nuovo Senato. Le sue funzioni sonocomplesse, e la sua filosofia è quella di funzionare da legame tra il Territorio e lo Stato centrale.
  • Cosa succede se vince il NO? Manteniamo l’attuale Senato, con 315 senatori eletti direttamente dai cittadini

I NUOVI SENATORI: CHI SONO?
Come già detto, i nuovi senatori vengono scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci del territorio

A differenza degli attuali, non necessitano di un limite minimo di età per essere eletti (prima dovevano avere almeno 40 anni), e tutti i cittadini possono eleggerli (prima bisognava avere minimo 25 anni). Inoltre, essendo eletti tra i consiglieri regionali e tra i sindaci, non riceveranno un’indennità per il loro ruolo da senatori (cioè non avranno due stipendi).

Tuttavia, questi senatori avranno l’immunità parlamentare (cioè non potranno essere incarcerati se non ci sarà il voto favorevole del Senato), e non vi sono norme che regolano i rimborsi-spese, che dovranno essere decisi singolarmente dai regolamenti delle due Camere.

Cosa succede se vince il SÌ? I nuovi senatori non avranno limite minimo di età e doppio stipendio, ma mantengono l’immunità. Le Camere decideranno singolarmente sui rimborsi-spese.

Cosa succede se vince il NO? Manteniamo gli attuali senatori: minimo 40 anni, stipendio e immunità parlamentare, con rimborsi-spese così come stabiliti attualmente.

 I NUOVI SENATORI: COME LI ELEGGIAMO?
A differenza del precedente Senato, i senatori non saranno eletti direttamente da noi.

Ma quindi chi li sceglie?

La Riforma ci dà poche indicazioni. Intanto sappiamo che i senatori saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, e che saranno ripartiti tra le Regioni in base al loro peso demografico. A parte questo, l’elezione dei nuovi senatori non è ancora normata da una legge specifica. Nel testo della Riforma, si legge che le modalità di elezione verranno decise da Camera e Senato in un secondo momento.

Come mai dopo e non ora? La ragione è perlopiù politica. L’argomento dell’elezione dei senatori è stato uno dei più dibattuti e infiammati, specie all’interno del PD dove la minoranza voleva a tutti i costi l’eleggibilità diretta. Altri volevano un’elezione indiretta (cioè da parte dei consiglieri stessi), altri uno strano meccanismo che coinvolgeva le preferenze dei cittadini e i consigli regionali. Non si è trovato un accordo, ergo avremo il meccanismo preciso solo in futuro.

Cosa succede se vince il SÌ? Si approva l’attuale Senato, ma le modalità dell’elezione dei senatori verranno chiarite con una legge futura.

Cosa succede se vince il NO? Si mantiene il vecchio Senato, con le sue modalità elettive.
Le implicazioni della vittoria del NO sono, però, molto più complesse di quella del Sì, e sono strettamente vincolate a quello che potrebbe accadere dopo il Referendum.

CI SONO DUE SCENARI PRINCIPALI.
1. Renzi non si dimette o non viene sfiduciato: non succede nulla, perché realisticamente non si va ad elezioni anticipate (salvo decisioni clamorose di Mattarella).

2. Renzi si dimette o viene sfiduciato: in questo caso, Mattarella può decidere di sciogliere le Camere ed andare ad elezioni anticipate, oppure non farlo e puntare a formare un governo che abbia l’approvazione del Parlamento.

Se decide di sciogliere il Parlamento, eleggeremmo la Camera con il sistema dell’Italicum (in cui avremo sicuramente il 55% di deputati di un partito politico) e il Senato con il Consultellum (una modifica della Corte Costituzionale al famoso Porcellum), dove i senatori verranno assegnati in maniera proporzionale. Un sistema elettorale che condurrebbe, realisticamente, a uno scenario simile a quello delle elezioni nazionali del 2013: Camera forte, Senato fragile, probabile ingovernabilità.

Nulla vieta, naturalmente, di creare una legge elettorale specifica per il Senato (oppure integrare l’Italicum) che possa risolvere questo problema. Tuttavia, nei due mesi che intercorrono tra la proclamazione di nuove elezioni e il voto, il Parlamento dovrebbe riuscire ad approvare in fretta e furia una legge che regolamenti l’elezione del Senato, ed è (mia personalissima opinione) uno scenario irrealistico.

Col Senato dei 100, saranno Senatori a vita solo gli ex-Presidenti della Repubblica (come già avviene). Gli altri verranno sostituiti da senatori scelti dal Presidente della Repubblica (i famosi 5 del 95+5), che

rimangono in carica 7 anni, e non potranno essere nominati nuovamente.

Inoltre, non possono essercene più di 5 contemporaneamente.

I senatori a vita attualmente presenti (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) rimarranno al loro posto. Lo stesso vale per Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi, in quanto ex-Presidenti della Repubblica.

Cosa succede se vince il SÌ? Niente più senatori a vita, esclusi gli ex-Presidenti della Repubblica; ci saranno, al loro posto, senatori di nomina presidenziale che rimarranno in carica 7 anni e non sono rieleggibili.

Cosa succede se vince il NO? Resta intatta la legislazione sui senatori a vita.

Con la Riforma cambia anche il modo in cui viene eletto il Presidente della Repubblica. L’elezione rimane sempre competenza di Deputati e Senatori (non c’è l’elezione diretta del Presidente della Repubblica: non siamo una Repubblica Presidenziale!), ma diversi aspetti della votazione sono stati modificati:

  • Votano solo Deputati e Senatori. Non ci sono più i 59 delegati regionali, visto che i senatori del Nuovo Senato sono, appunto, scelti dal territorio.
  • Nelle prime tre votazioni, servono i 2/3 degli aventi diritto (circa 500 elettori) per eleggere il Presidente.
  • Dalla quarta votazione in poi, la legge precedente prevedeva che il limite scendesse alla maggioranza assoluta (50% +1); con la Riforma, dal 4° al 6° scrutinio sono necessari i 3/5 degli aventi diritto al voto (circa 440 elettori); dal 7° in poi, la maggioranza dei 3/5 dei votanti (cioè quelli che sono presentie votano effettivamente).

Il Presidente della Repubblica potrà sciogliere unicamente la Camera e non più il Senato, essendo quest’ultima composta da rappresentanti regionali.

Inoltre, il Presidente della Camera diventa la seconda carica dello Stato (attualmente la seconda carica è il Presidente del Senato), che farà le veci del Presidente della Repubblica in sua assenza.

Cosa succede se vince il SÌ? Vengono approvate le modifiche sul quorum per eleggere il Presidente della Repubblica, oltre al suo potere di sciogliere unicamente la Camera.

Cosa succede se vince il NO? Restano intatte le modalità di elezione e i poteri del Presidente della Repubblica.

Nella Riforma è presente un meccanismo per consentire l’approvazione rapida di un disegno di legge reputato essenziale per l’attuazione del programma di Governo.

Funziona così: il Governo può chiedere alla Camera una “via preferenziale” per l’approvazione di una data legge. La Camera ha tempo 5 giorni per accogliere questa richiesta e, se lo fa, deve discutere e approvare tale legge entro 70 giorni (con massimo 15 giorni di rinvio).

Questa possibilità non è prevista per le leggi di competenza del Senato, oltre a una serie di leggi essenziali e non discutibili in tempi brevi (in particolare: le leggi elettorali, la ratifica dei trattati internazionali, le leggi di amnistia e indulto, le leggi di bilancio).

Cosa succede se vince il SÌ? Viene inserita una “via preferenziale” che consente al Governo di accelerare l’iter di approvazione di leggi importanti per il suo programma.

Cosa succede se vince il NO? Semplicemente, non viene inserito questo meccanismo.

Tra le varie norme legate alle leggi, un aspetto interessante riguarda i decreti legge (cioè gli atti proposti dal Governo, di solito urgenti, e che diventano immediatamente legge ed hanno funzione provvisoria, che diventa definitiva se vengono approvati entro 60 giorni dal Parlamento).

I decreti legge, si legge nel testo, devono contenere “misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. L’idea è quella di limitare l’abuso dei decreti legge da parte del Governo e impedire la formazione di un minestrone di argomenti diversi nello stesso decreto.

Il contenuto, perciò, dev’essere coerente con ciò che si propone. Infatti, “non possono essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alle finalità del decreto”. Un classico esempio di ammucchiata riguarda il decreto milleproroghe nato come strumento eccezionale (ma poi diventato prassi nell’ultimo decennio) per quelle disposizioni urgenti da risolvere entro l’anno in corso.

Cosa succede se vince il SÌ? Viene inserito l’obbligo costituzionale, per i decreti legge, di coerenza nel contenuto e l’impossibilità di votare disposizioni non omogenee.

Cosa succede se vince il NO? Semplicemente, non viene inserito questo obbligo nella Costituzione.

 ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
Con la Riforma, le province vengono definitivamente abolite. Tutte le loro competenze vengono spartite tra Comuni, Città Metropolitane, Regioni e Stato.

“Ma non erano già state abolite? Se ne parla da una vita!”

Non proprio. Nel corso degli anni, sono state discusse e/o approvate una serie di leggi che hanno progressivamente svuotato il contenuto degli enti provinciali (tra cui, degna di nota, è la più recente legge Delrio). Per l’abolizione definitiva è necessaria una modifica della Costituzione, che sarà definitivamente approvata con questa Riforma.

Cosa succede se vince il SÌ? Addio province, per sempre.
Cosa succede se vince il NO? Le province non vengono formalmente abolite del tutto, ma mantengono la struttura prevista dalla legge Delrio.

ABOLIZIONE DEL CNEL
Il CNEL, ovvero Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, è un ente statale che ha la possibilità di proporre iniziative legislative (limitatamente alle sue competenze, appunto in economia e lavoro) e di fornire pareri su questi argomenti. Tali pareri non sono vincolanti, e vengono forniti solo se richiesti o dal Governo, o dalle Camere o dalle Regioni.

È stato ritenuto da molte parti un “ente inutile” (visto che le sue competenze sono compiute anche da altri organi statali), e negli anni ne è stata richiesta più volte l’abolizione. Siccome si tratta di un ente previsto costituzionalmente, lo si può abolire solo con una legge costituzionale. Renzi ha fortemente voluto la norma sull’abolizione del CNEL in questa Riforma, per fornire “un antipasto” sul progetto di chiusura degli enti inutili.

Cosa succede se vince il SÌ? Addio CNEL.
Cosa succede se vince il NO? Il CNEL rimane in piedi.

 COMPETENZE DELLO STATO E DELLE REGIONI

Questo è forse il punto più complicato di tutta la Riforma, oltre a essere fortemente dibattuto.
La Riforma ridefinisce le competenze dello Stato e delle Regioni, e regola in particolare i rapporti tra le due. Vediamo gli aspetti più importanti:

• Fino ad oggi, le competenze su tutto ciò che è di interesse pubblico erano suddivise in due modi: “esclusive” (cioè riguardanti o solo le Regioni, o solo lo Stato) e “concorrenti” (cioè su cui hanno competenza le Regioni, ma con diversi princìpi fondamentali dettati dallo Stato).

  • Con la Riforma, la definizione di “competenza concorrente” viene eliminata, mantenendo solo il concetto di competenza esclusiva. Ma come fare, quindi, con tutte quelle materie ibride che riguardano tanto lo Stato quanto le Regioni? E come vengono ripartiti i poteri
  • Conl’eliminazione della competenza concorrente,buona parte delle competenze va riassegnata o ri- distribuita.

Viene introdotta, però, la cosiddetta “clausola di supremazia”, in base alla quale la legge dello Stato – su proposta del Governo – può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva di Stato o Regione, se ritiene sia necessaria una “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ov- vero la tutela dell’interesse nazionale”. Lo Stato può perciò agire sulle competenze non esclusive (quelle che erano regolate dalla “competenza concorrente”), nei casi in cui è necessario un intervento per l’unità giuridica/economica dello Stato, o di più generico “interesse nazionale”.

• Inoltre, viene introdotto il cosiddetto “regionalismo differenziato”. Alle Regioni (tranne quelle a Statuto Speciale e alle Province Autonome di Trento e Bolzano) possono essere attribuite particolari forme di autonomia, a condizione che presentino un equilibrio di bilancio tra le entrate e le spese. La legge per attuare il regionalismo differenziato dev’essere approvata da entrambe le Camere, oltre a necessitare un continuo dialogo tra Stato e Regione interessata.

Va notato, infine, che la maggiore critica a questa parte della Riforma riguarda l’accentramento dei poteri e delle competenze verso lo Stato centrale, che diminuisce l’impatto delle Regioni.

Cosa succede se vince il SÌ? Le competenze dello Stato e delle Regioni vengono profondamente riviste e modificate, insieme ai rapporti tra le due entità e alla possibilità di avere più o meno autonomia.

Cosa succede se vince il NO? Le spartizioni delle competenze tra Stato e Regioni restano invariate (in particolare rimane la “competenza concorrente” e tutte le sue implicazioni).

LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE

Fino ad oggi, per fare una proposta di legge di iniziativa popolare era richiesto, oltre al testo della legge redatto in articoli, la firma di 50.000 elettori.

Con la Riforma, sono richieste 150.000 firme, ma con la garanzia (che è una garanzia, essendo prevista dalla Costituzione) che tale legge verrà discussa e votata in Parlamento. Le regole precise di questo meccanismo verranno delimitate dai singoli regolamenti di Camera e Senato.

Cosa succede se vince il SÌ? Sale a 150.000 il numero di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, con la garanzia che tale legge venga discussa e votata in Parlamento.

Cosa succede se vince il NO? Il numero di firme rimane 50.000, ma senza il vincolo costituzionale di discussione e voto.

Nella Riforma, vengono aggiunte e modificate alcune regole relative ai referendum.

Innanzitutto, per i referendum abrogativi rimane il limite minimo al 50%+1 degli aventi diritto per rendere valido il voto. Tuttavia, se sono almeno 800.000 gli elettori a richiedere il referendum abrogativo, il quorum si abbassa al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei Deputati. Se i richiedenti sono tra i 500.000 e gli 800.000, rimane la regola del 50%+1 degli aventi diritto.

Facciamo un esempio concreto. Attualmente, sono circa 50 milioni gli italiani che possono votare. Alle ultime elezioni politiche (2013) hanno votato, per la Camera, poco più di 34 milioni di elettori. Se un ipotetico referendum abrogativo venisse richiesto da 800.000 elettori, basterebbero circa 17 milioni di elettori + 1 (il 34% di tutti gli elettori) per rendere valido il referendum.

All’ultimo referendum sulle trivelle hanno votato esattamente 15.806.788 elettori. Se fosse stato richiesto da 800.000 elettori e non dalle Regioni, con poco più un milione di voti il referendum avrebbe superato il quorum.

A parte questo, viene introdotto un nuovo tipo di referendum: il referendum “propositivo” (detto anche “di indirizzo”), attualmente presente solo in Val d’Aosta e nella provincia di Bolzano. Con questo referendum, la popolazione può richiedere al Parlamento di emanare una nuova legge su un tema particolare (è diverso quindi dalla sopracitata legge di iniziativa popolare: quella richiede un testo già fatto e redatto in articoli!). Per capire nel dettaglio come funzionerà, però, serviranno nuove leggi da discutere e approvare in un secondo momento.

Cosa succede se vince il SÌ? Si inseriscono delle modifiche al quorum per i referendum abrogativi, e viene introdotto il referendum propositivo (o “di indirizzo”).

Cosa succede se vince il NO? Rimangono inalterate le regole sui referendum, senza nessuna aggiunta.

La parità di genere nelle Camere e nelle Regioni viene stabilita costituzionalmente: con la Riforma, infatti, viene promosso “l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”.

Questo significa che lo Stato e le Regioni devono avere delle norme appropriate per garantire la parità di genere nei consigli regionali, nella Camera e nel Senato. Quasi certamente, ciò si tradurrà in apposite regole nelle leggi elettorali che consentano l’equilibrio tra uomini e donne.

Per la Camera dei Deputati, esiste già una norma nell’Italicum che prevede la possibilità di esprimere sulla scheda elettorale due preferenze “di genere” dalle liste presentate (se vengono scelte entrambe, devono per forza essere un uomo e una donna). Per le Regioni, servirà una nuova norma.

Cosa succede se vince il SÌ? Diventa obbligatoria, nell’elezione delle Camere e dei Consigli Regionali, la parità di genere.

Cosa succede se vince il NO? Non viene introdotta alcuna quota rosa obbligatoria.

La Corte Costituzionale, ente supremo che vigila sulla Costituzione e sulla sua applicazione, è composta da 15 giudici: 5 eletti dal Presidente della Repubblica, 5 eletti dalla magistratura e 5 eletti dalle Camere in seduta comune.

Con la Riforma, cambia solo che i 5 giudici che oggi sono eletti insieme dalle due Camere vengono eletti separatamente: 3 alla Camera, 2 al Senato.

Inoltre, la Riforma introduce la possibilità di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi elettorali per accertarne la legittimità (questa norma è stata pensata dopo la bocciatura del Porcellum per palese inco- stituzionalità). Per farlo bisogna presentare la legge alla Corte, entro 10 giorni dalla sua approvazione, con un ricorso firmato da almeno 1/3 dei componenti del Senato, o 1/4 della Camera. La Corte ha 30 giorni di tempo per pronunciarsi, e la legge non viene promulgata se viene considerata incostituzionale.

Cosa succede se vince il SÌ? I 5 giudici della Corte vengono eletti separatamente: 3 dalla Camera, 2 dal Senato. La Corte ha, inoltre, la possibilità di giudicare preventivamente la legittimità delle leggi elettorali.

Cosa succede se vince il NO? I 5 giudici della Corte vengono eletti dalle Camere in seduta comune, e non vi è la possibilità di giudicare preventivamente le leggi elettorali.

 

Abbiamo finito!

La Riforma è molto, molto importante. C’è tanta carne al fuoco, digerirla per bene è difficile, ed è ancora peggio se non si riesce a capirla. Lo so, è una faticaccia, ma è essenziale co- noscere per bene tutti i passaggi per votare al Referendum, da bravi cittadini, con coscienza